Io, non sono più io, proprio quando ce l’avevo fatta, proprio quando il bisogno di scrivere si era dileguato, sfatto ed ora s’incrosta sulla rabbia di dover essere in fuga, di nuovo, e non da quei fantasmi ma da altri occhi, da occhi che frugano in ogni piega, mani che arraffano e vìolano e scompongono gli alfabeti che avevo faticosamente riordinato per ricordarli a memoria, perché l’eccesso e l’insistenza del ricordo li rendesse banali, li superasse lasciandoli indietro, e invece ritrovo mucchi di cocci davanti a me, davanti ai miei passi, insieme ai certi ritorni ogni tanto, altrove, agli sguardi gettati distrattamente su una casa abitata di soli passaggi e nessuna sosta. Non ho più voglia di raccontare e costruire, di fermare il passo affondando il peso in queste sabbie molli in cui tutto si perde e nulla resta dimenticando di aver perduto se non trame sfilacciate, indebolite dalla troppa luce, cristalli che incrinano di voci fragili ciò che avremmo potuto e non abbiamo voluto. La mia scrittura perde per strada i suoi cocci e sono sempre strade senza uscita, ristagni, acquitrini, pozzi, mai un vento che lavi l’aria e il cuore.
Io parlo all'amore. Lo scortico dall'incrosto
nel sogno e ne faccio musica storta
ne faccio delicato vento che solleva o
Dondola
e impollina al cuore. Alla scomposta
mente, impollina l'occhio con l'occhio
l'occhio con l'animale e viene il bello
che ci sviva, ci sviva tutti. Di più.