giovedì, 31 gennaio 2008



Parole che una tastiera non sa scrivere restano nelle pagine vergate in blu, nero, turchese dal ritmo discontinuo del corpo. I tasti che inseguo meccanicamente e senza emozione producono deviazioni, smarriscono il filo, la continuità, la differente cadenza del respiro che ascolta il ritmo del cuore. Sullo schermo si raggrumano parole senza odore sospinte da una mano ormai troppo lontana dal corpo, e in questa distanza dal magma materno e ferino già – esse – non sono più quello che brucia la carta e mi urla dentro.

Scusi se non le scrivo a macchina, ma ho un'infinità di cose da scriverle, la macchina è di là nel corridoio [...] non è per me abbastanza veloce.

Le sirene possiedono un'arma ancor più terribile del canto: il loro silenzio.

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mercoledì, 30 gennaio 2008



La lista delle cose dette e quella delle cose taciute. Le parole riecheggiano come passi in un cimitero erboso sotto il sole. Sordi, ovattati, spenti. Ogni tanto un vecchio fuoco alimentato dallo sguardo caduto nella coincidenza, come il sibilo del vento infiltrato nella crepa di un muro. Il punto debole della roccaforte. Le elencazioni hanno un'arbitrarietà quasi magica: il senso delle cose si crea solo per associazione.


Un tagliare per far rigenerare.

I sentimenti viaggiano in tondo, nel piccolo: ci si è tutti dentro. E le parole ne sono le talee, io credo.

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martedì, 29 gennaio 2008



Servirà a nulla l'avermi cancellato dal tuo cielo. Dalla consuetudine, dalla lettura, dall'incontro, dalla coincidenza. Dalla curiosità che rincorre smaniosa un'attesa o rende prezioso un segno. Ti mancherà sempre un frammento, uno di quelli che si cercano tutta la vita senza ricordare in quale luogo lo si sia perduto o in quale tasca sia sprofondato. È il modo in cui nessuno ti ha visto – io soltanto.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

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lunedì, 28 gennaio 2008



Di antologia – ancora – perché certi quaderni le assomigliano. Non tutti. Per alcuni sarebbe più onesto usare una parola desueta e restituire corpo alle distanze. L'antologista, invece, non cerca un discepolo, ma un proprio simile, uno che sia capace di dialogare con ciò che ha prodotto. Che sia capace di far durare i fiori, non di metterli semplicemente in un vaso a far bella mostra di sé.

Sotto le mie dita ho sentito pulsare la tua pelle e questa cosa – più delle scarpe e delle parole – è un fatto, e resiste al tempo.

Con la maggior parte degli esseri umani, i più lievi, i più superficiali contatti bastano, o persino superano l’attesa; ma se essi si ripetono, si moltiplicano attorno a un unico essere sino ad avvolgerlo interamente; se ogni particella di un corpo umano si impregna per noi di tanti significati conturbanti quante sono le fattezze del suo volto; se un essere solo, anzichè ispirarci tutt’al più irritazione, piacere o noia, ci insegue come una musica e ci tormenta come un problema, se trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo, e infine ci diviene più indispensabile di noi stessi, ecco verificarsi il prodigio sorprendente, nel quale ravviso ben più uno sconfinamento dello spirito nella carne che un mero divertimento di quest’ultima.


Dare un senso alla nostalgia.

Quindi andai da lui e gli dissi
Ti prego accosta a dritta
è quello l’arcipelago del cuore.
Mi guardò e sorrise
mi diede un colpo sulla spalla,
invertì come un fulmine la rotta
e fuggimmo agli antipodi dell’isole
mettendo nelle vele molto vento.
Aveva al timone mani salde,
occhi acuti per tutto,
isole, scogli, cuori.
Comunque ero caduto in tentazione.
Era questo lo scopo delle isole. 

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domenica, 27 gennaio 2008



Mi sento più indulgente, oggi, verso queste parole a termine che nascono come antologia, combaciando involontariamente con un'immagine pacificante. Funziona proprio come con un mazzo di fiori: scelgo, uno per uno, i pensieri possibili pescandoli dall'infinito grembo del probabile. Li scelgo per una intrinseca e non sempre ostentata "bellezza", li scelgo per una persona, non per un pubblico [si legge da soli, ci si infila uno per volta nel cunicolo che porta alla tana di chi scrive].

So che non dureranno a lungo. Ne posso scegliere il colore e il numero, forse la vaga somiglianza con il mio ritratto di dentro. Li regalo a chi percepisco – per qualche ragione – affine; scegli fiori e in realtà scegli la persona a cui farne dono. Sono io – dice il mazzo di fiori – duro poco ma questo istante è talmente bello che vale la pena fingere che sia eterno. Cosa resta di un fiore? E di una parola?

Non rimarrà nulla del dono, se non quel sapere di essersi cercati, almeno una volta, in modo esclusivo. Il mazzo di fiori viene accettato o rifiutato, ma è l'unico regalo che non si può riciclare. Funziona o non funziona, ma è solo per te.

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sabato, 26 gennaio 2008



Kafka teneva un diario per poter tornare a leggere le connessioni che gli erano sfuggite vivendo. Ci penso mentre prendo appunti involontari in disordine sparso e continuo a credere di farlo per smuovere ciò che si trova altrove sedimentato nei gesti abituali, eppure invisibile. Ci penso mentre abbozzo un nesso imprevisto tra i frammenti che il pozzo notturno finge di avermi restituito. Non valevo neppure la spesa di una parola, c'est ça qui fait la differance.

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venerdì, 25 gennaio 2008



Tramontana a raffiche, e un'euforia incontenibile. Tentavo di spiegarti quella sorta di delirio d'onnipotenza che si prova nell'attendere e nel generare. Quando capisci che la bellezza appartiene solo a quella forza. A quell'atto creativo vero, non di tutti. Alla fine sì che siamo immortali. Il nostro dna cammina sulle gambe dei nostri figli.

Parole cave, di creta docile, di un vuoto ebbro e sonoro. Le ho amate così tanto da averne male. Conosco l'immaterialità di certe carezze. E il loro inganno. Il danno.

Ma così intenso fu il dolore che mi attraversò, che compresi di avere già subìto un danno vero e proprio.

Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere
[...] È la sopravvivenza che le rende tali [...] perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.

Perché il silenzio? Perché in un gioco senza regole [che non fossero le tue] non valevo neppure la spesa di una parola.


Das Leben
wäre
vielleicht einfacher
wenn ich dich
gar nicht getroffen hätte.

[...]
Es wäre nur nicht
mein Leben.


(E.F., Nur nicht)

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giovedì, 24 gennaio 2008



Si diceva anche di questo. Di una vita a termine e del suo saperlo da sempre. Di chi se ne va nell'ordine delle cose. E di chi non dovrebbe. E quale ordine? Non facciamo che costruire maschere di immortalità e alla fine ci crediamo. Ma l'ordine è fugace, dura un battito di ciglia del cosmo. Mi sono abituata alla vita, ordinata o disordinata, così com'è, cerco di abituarmi alla morte, in quell'ordine, e di amarle assieme. È il disordine che addolora, lui sì – è eterno davvero, e senza stelle danzanti a illuminarne il buio.

L'ordine perfetto esiste solo accanto al disordine.

Di tutta quella devastazione una sola cosa non mi perdono. Di aver consentito all'erosione del silenzio di farsi spazio per sottrazioni progressive ed assolute. Di essermi fatta trattare come un'idiota. Per il più assoluto nulla.

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mercoledì, 23 gennaio 2008



Ho sempre osservato con curiosità il modo in cui le intersezioni – in questi luoghi – diventano gerarchia, strumento di "riconoscimento", gioco di rialzi e di ribassi – come un borsino – a misura d'ossequio o d'infatuazione. Che pochezza: l'uso intimidatorio della propria biblioteca non paga mai, non inter pares. Bisogna almeno che ci sia curiosità dell'altro, se non stima; altrimenti è giusto che certe relazioni vengano ridimensionate, quando si è incapaci di contenerle.


Ripiego la lettera di S., il timore di R. di "diventare come loro" e quella percezione di me che mi sfugge, o sfugge alle cose che mi vorticano in testa. Lascio la bicicletta al palo, oggi, e vado a piedi, come accade ogni volta che ho paura di non ritrovare più la terra sotto i miei passi.

>>> Grazie per questa tua, così piena di parole. Di parole che mi arrivano sentite e che sento.
Poche persone ormai scrivono lettere lunghe. Significa anche dedicare tempo, una delle cose più importanti che abbiamo.
Credo sia molto difficile parlare di letteratura. Parlarne davvero. La cultura è anche un pericolo: un vestito che s'indossa dimenticando che la vita è molto altro, anche. È il modo in cui i muoviamo, il gettare o meno la carta d'una caramella per terra, un sorriso sincero, uno sguardo vivo, una risata. Cose che per la maggior parte non possano essere insegnate. Che i libri ci possono dare, ma non se usati come ornamento. Quello che conta è l'amore per le parole, per come si mettono una dopo l'altra, una
insieme all'altra. Un amore umile. A me pare che tu abbia questo. Che tu parli di cose che ami, non di cose che ti adornano.

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martedì, 22 gennaio 2008



La bestia ritorna nuovamente in questa casa, ha già scelto, e la sabbia cola a filo annodandosi alle ore, e qualunque cosa scorra nella testa e dentro gli occhi non riesci a fermarla, e che abbia avuto o meno un senso – uno qualsiasi – poco importa, e all’improvviso è come se tutto – tranne lei – fosse lavato via dal corpo che sei stato e tu non avessi più ricordi e alcuna cosa da raccontare, neppure la paura.

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