venerdì, 28 marzo 2008



Davvero credevo che certe strade non finissero esattamente nel punto del loro inizio. Non sono strade, infatti. Ma punti. Né al di qua né oltre. La chiamano riva, ignorando il suo profilo mutevole e capriccioso disfatto ad ogni risacca. È quel punto che invece di stare si sposta. Non è acqua e non è terra, non è direzione, solo un punto. Sei rimasto lì, in realtà te ne sei andato mille volte, ché una sola non bastava, no. Non so contarle, ne leggo i cerchi in quell'albero tagliato che ha smesso di crescere, in quel punto.

[Confusamente, e inutilmente, la stagione non mi aiuta. Scavo distanza e digiuno da questo quaderno, cerco solo direzioni che aggirino quel punto che a volte pare essere ovunque ci sia l'indugio di un'ombra]

Ti alzai sulle mie mani
e spiccai il volo.


(Ghiannis Ritsos, in Versi alla mano)

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giovedì, 27 marzo 2008



Continuo a svuotare cassetti e pagine e a riempire la scatola dei giochi, in avanti, a ritroso o a metà strada, e di mio resta ben poco, neppure la scrittura. Questa scrittura "esiste" (?) perché in esilio. Ed è scrittura che si stanca di arrivare tardi, di non avere altra possibilità se non quella di essere fuori tempo, di essere lì dov'è costantemente in differita. A poterla osservare controluce, in trasparenza, se non fosse così opaca di memoria, e di sovrapposizioni arruffate e stordite come dopo una notte passata a contarne le sillabe e a chiuderne le parentesi. Perché ciò che cammina, e corre, di questa scrittura non sono le parole.

C'è sole e luce, oggi, mentre le nuvole corrono come macchie d'ombra sulla mia pagina e nella mia vita, come una carezza.


Lei continua ad indossare abiti incogniti che lasciano tracce, a entrare e uscire dal suo silenzio fragoroso di sentenze ultime e spiare i pensieri, da un altrove che lascia credere di aver costruito abbastanza lontano per capire ma che è dietro l'angolo. Lei, estensione di un monitor e prolungamento di un'ombra, che di suo non ha neppure il nome che porta, e tutto il tempo della veglia trascorso a quella finestra, insieme ad altri innumerevoli disperati a smanettare tra video, pixel e desideri che fremono in equilibrio sull'assenza. E la chiamano vita...

Il meglio che possediamo
non lo si può dare,
non lo si può dire
e neanche scrivere.


(Karin Boye)

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martedì, 25 marzo 2008




Nel caos allegrissimo della stanza dei bambini si capiscono le cose che amano e che racchiudono tutto il loro mondo. Sono cose necessariamente "fuori posto", padrone di quello spazio, di ogni centro e di ogni margine. Non rispondono ad alcun "ordine" né ad alcuna "forma" che non sia la misura della distanza con il bambino e il dialogo silenzioso cifrato dietro alfabeti incomprensibili. Non si può assegnare loro uno scaffale, relegarle su un ripiano, allinearle in combutta arbitraria con altri oggetti estranei. No. Le cose più amate i bambini le vogliono sparse sul pavimento, ammucchiate sotto il piumone, appallottolate nel cassetto defilato perché mamma non veda, ovunque, ma non nel luogo in cui dovrebbero essere. Poi un giorno dal caos riemergono cose dimenticate, altre vi affondano mal funzionanti, zoppe, sghembe; tornano il pezzo che non si riusciva a trovare, la ruota che mancava, l'ala spezzata. Qualcosa esce dai contenitori in cui i giochi si addormentano a strati, e qualcosa vi entra, in attesa d'esser di troppo. Quando le cose finiscono nella scatola dei giochi è il momento in cui si può iniziare a dimenticarle.

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lunedì, 24 marzo 2008



Respiri, effetti impersonali, volti scarabocchiati. Di queste cose scoppia l'ufficio oggetti smarriti. Tracima a volte di tenerezze insolubili arginando nei suoi registri voragini di ore e nodi di giorni indietro a sé stessi, mai giunti a destinazione. Limbo di ogni attesa, trama di distanze, vuoto di ritorni. Una scatola dei giochi in cui mi piace affondare la mano ogni tanto, e pescarne a caso un frammento di infinito universo del possibile.

Se la Notte è figlia del Caos, allora Lete ossia l'Oblio ne è la nipote, nata dalla terribile unione tra la Notte e la Discordia. [...] Lete ci concede di dimenticare la nostra esperienza e felicità passata, ma anche i nostri dolori e pregiudizi.
La mia biblioteca consiste per metà di libri che ricordo e per metà di libri che ho dimenticato. Ora che la mia memoria non è più così pronta come un tempo, le pagine svaniscono mentre cerco di rievocarle. Alcune scompaiono del tutto dalla mia esperienza, dimenticate e invisibili. Altre mi inseguono e mi tentano con un libro o un'immagine, o con qualche parola fuori dal contesto.
[...] Da qualche parte nella mia biblioteca si trova la risposta a molte domande, ma ho scordato dove. [...] I volumi dimenticati della mia biblioteca conducono una vita silenziosa e riservata. Eppure, il fatto stesso che siano stati dimenticati mi permette, talvolta, di riscoprire una certa storia, una certa poesia, come se fossero del tutto nuove. Apro un libro che penso di non aver mai aperto prima e trovo un verso splendido, e mi riprometto di non dimenticarlo mai, e poi chiudo il libro e vedo, su una pagina del risguardo, che il mio io più giovane e più saggio aveva segnato proprio quel passo, scoprendolo all'età di dodici o tredici anni. Lete non mi restituisce l'innocenza, ma mi permette di essere ancora una volta il ragazzo che non sapeva chi avesse ucciso Roger Ackroyd, o che piangeva il destino di Anna Karenina.

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sabato, 22 marzo 2008



Il passo incolore e smorzato di questi giorni ovattati somiglia non solo a se stesso. Combacia con quello autunnale di una Pasqua non troppo lontana, con l'intermittenza della pioggia e il ritmo pacato di un racconto d'abiti blu e camicie bianche. Donella del Monaco sullo sfondo, per ascoltarlo e comprenderlo davvero. Non si può capire quanto mi siano state care quelle parole se non le si è toccate con la cura e l'attenzione con cui l'ho fatto. Dovevano essere un regalo, ed oggi sembrano neppure appartenere alla mia storia, se non vi leggessi il mio nome. È un passo che mi fa male, di vento a raffiche da cui non basta più difendersi. Non si può capire, mi racconti qualcosa? di te, sì, un dispiacere di giorni lunghi come anni.

Nel solco di meli duri che scava la settimana di marzo
con lo sguardo al muro di cucina
dove ho inchiodato un verso mai finito che leggo e leggo
trascinandomi acqua sulle dita.
Nell'alba spezzata dalla sete, quando corro sul pavimento
e nell'oscurità non riconosco le stanze ma incido –
con la stessa mano che forse mi sbarrerà l'orecchio nel dolore - lettere immense lungo le pareti
.

(Antonella Anedda, Marzo, notte)

A volte quello in cui mi trovo è l'ultimo posto dove vorrei essere. A volte mi sento l'ultima persona che vorrei essere.

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venerdì, 21 marzo 2008


Cola luce irreale e imprevista sul grano asfittico dei Sepolcri germogliato nel buio delle case, mentre torno a casa stringendo un fascio di rami di pesco per colorare la mia Pasqua profana. La primavera ha deciso di illuminare la collocazione provvisoria di ogni croce, in barba ad ogni estetica. Eppure il Venerdì da qualche parte piove, quasi sempre. Piove dentro e si muore soli, mentre le parole si sfilacciano sotto il cielo.

Lo so che non dormite,
che il segno che vi lascio tra le ciglia
è il suo sparire
come una meraviglia.



[Altra platealità ed altra estetica – ritenute necessarie da chi sbandiera il vessillo ex grege – mi ripugnano, invece. Poi passa, a conferma della loro inconsistenza].

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giovedì, 20 marzo 2008



L'ultima volta che ti ho scritto due parole avevo deciso che sarebbero state davvero le ultime. Dopo le conchiglie, le bottiglie, le figurine, i libri, i fogli volanti. L'ultimo spreco doloroso. L'ultimo – vero – [con]tatto. Che male potevano fare le parole? Già. Le forbici hanno esitato a lungo di fronte allo stelo spinoso della mia rosa, ed anche i miei quaderni – silenziosamente – sono scivolati via. Quel che resta – me ne rendo conto – è un nulla che non [rac]coglie i miei sentimenti, né allevia il rammarico, né potrà mai mancarti. Tu non vedi. Non sai e non puoi. L’importante è che la vita non ti passi più troppo vicino, che non rischi di sentirla premuta contro il cuore, pelle contro pelle, arrivarti addosso. Soprattutto la mia.

Si tratta di dare alle parole,
più o meno, l’importanza che hanno nei sogni.

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mercoledì, 19 marzo 2008



Sipario su un orizzonte di luce, una giornata che ricuce e allaga l'anima. Poi quattro donne e gli archi di Beethoven, Bartok e Grieg che lascino fuori la notte. Il vero lusso è diventato un angolo vuoto. Un punto fuori asse in cui sia possibile assentarsi dal proprio sguardo senza la sollecitazione a fornire nuove coordinate. Un meraviglioso primo violino ma – soprattutto – uno strepitoso violoncello, corde carezzate e pizzicate che sono mani, capelli, occhi, pelle, attimi che non trattieni. Eccolo, il luogo da cui tutto si può evocare ma in cui nessuno può raggiungerci.

È necessario non dimenticare nulla;
né il rubinetto aperto né il fuoco acceso,
né il sorriso per gli infelici
né la preghiera di ogni istante.
 
È necessario non dimenticare di vedere la nuova farfalla
né il cielo di sempre.
 
Ciò che è necessario dimenticare è il nostro volto,
il nostro nome, il suono della nostra voce, il ritmo
del nostro polso.
 
Ciò che è necessario dimenticare è il giorno carico di fatti,
l’idea di ricompensa e di gloria.
 
Ciò che è necessario è essere come se già non fossimo,
vigilati dai nostri stessi occhi
severi con noi, perché il resto non ci appartiene
.

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martedì, 18 marzo 2008



Ti scrivaraghju in faccia tanti paroli vani
chi’n u sguardu di l’altri parlarani
una fabeta di lingua
a fior’ di visu una bucìa un calcosa
o micca, a saparé tu
calchì dulori ghjustu
capaci à dì
u guasgi tuttu.

(Stefanu Cesari, da Forme animale / A Lingua lla bestia)

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lunedì, 17 marzo 2008



E alla fine convieni che il troppo sortisce sempre l'effetto contrario a quello che credeva di perseguire. Almeno è ciò che succede imbattendosi in reiterati cammei della retorica e del vuoto, in continue esemplificazioni filosofiche della disperazione e del nulla. A cui – complice la loro ovvietà – non si riesce neppure a credere.

Strano come, appena pronunciata, una cosa perde il suo valore. Crediamo d'essere scesi sul fondo dell'abisso, ma quando risaliamo, le gocce rimaste sulle pallide punte delle nostre dita non hanno più nulla del mare da cui provengono. Crediamo d’avere scoperto una fossa piena di tesori meravigliosi, ma, quando risaliamo alla luce, ci accorgiamo di avere con noi solo pietre false e frammenti di vetro. Nella tenebra, intanto, il tesoro continua a brillare, inalterato.


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