Continuo a svuotare cassetti e pagine e a riempire la
scatola dei giochi, in avanti, a ritroso o a metà strada, e di mio resta ben poco, neppure la scrittura. Questa scrittura "esiste" (?) perché in esilio. Ed è scrittura che si stanca di arrivare tardi, di non avere altra possibilità se non quella di essere
fuori tempo, di essere lì dov'è costantemente
in differita. A poterla osservare controluce, in trasparenza, se non fosse così opaca di memoria, e di sovrapposizioni arruffate e stordite come dopo una notte passata a contarne le sillabe e a chiuderne le parentesi. Perché ciò che cammina, e corre, di questa scrittura non sono le parole.
C'è sole e luce, oggi, mentre le nuvole corrono come macchie d'ombra sulla mia pagina e nella mia vita, come una carezza.
Lei continua ad indossare abiti incogniti che lasciano tracce, a entrare e uscire dal suo silenzio fragoroso di sentenze ultime e spiare i pensieri, da un altrove che lascia credere di aver costruito abbastanza lontano per capire ma che è dietro l'angolo.
Lei, estensione di un monitor e prolungamento di un'ombra, che di suo non ha neppure il nome che porta, e tutto il tempo della veglia trascorso a quella finestra, insieme ad altri innumerevoli disperati a smanettare tra video, pixel e desideri che fremono in equilibrio sull'assenza. E la chiamano vita...
Il meglio che possediamo
non lo si può dare,
non lo si può dire
e neanche scrivere.
(
Karin Boye)