mercoledì, 30 aprile 2008



Ti ho toccato. Non esisti al di fuori di quell’impronta, abiti solo la mia memoria a volte così intrisa e gonfia da lasciare tra le dita un'imperdonabile colatura di ricordi, gesti, sillabe.

Inalienabili. Intrattenibili.

Sono domande troppo cariche di senso, quelle dell'anima, e così sordo l'orecchio delle solitudini accanto. Così esiguo lo spazio duale che non le fa apparire folli...

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lunedì, 28 aprile 2008



Finisco per dimenticarmi e non mancarmi, a furia di vivere dentro gli spazi bianchi che separano le righe e privano di tempo i pensieri. A furia di non disfare mai completamente la borsa. Ma è ciò che mi piace di questi pasti brevi e frequenti che non mi fanno mai aver fame.


Nel silenzio esiliato dei miei slanci istintivi finisco per tornare dove son già stata eppure vedere per la prima volta.


Finisco per trovare ciò che non avevo lasciato e smarrire ciò che mai avrei voluto. Per questo tornerò, ancora.

Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l'effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.

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giovedì, 24 aprile 2008



Difendere l'allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie
e da quelle definitive.

(Mario Benedetti, da Difesa dell'allegria)

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mercoledì, 23 aprile 2008



Infilare nella parola "viaggio" il minimo indispensabile ed essere già altrove, sanati dal bisogno di trattenere ciò che ha scelto di andare, senza più pensarne né scriverne. Essere altrove e senza una storia da leggere o raccontare, dopo tanto tempo.


Non ricordavo che il ponente mettesse euforia. Già vira a tramontana, infila nuvole una dopo l'altra nella cruna del cielo, disperde spine lungo i miei passi, ovunque almeno una volta ci sia cresciuto clandestinamente un fiore. Luce di intermittenze, pochi secondi e poi divora ogni ombra. Svuota le parole – persino le tue – e riempie la borsa dell'attesa di una nuova partenza. Dopo Babele il mare non fa più rumore nelle conchiglie e gli alfabeti si dileguano lì dove mi doleva il tuo mancarmi.

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domenica, 20 aprile 2008



Di certi giorni non resta che la sensazione di aver planato a motori spenti sul pelo dell'acqua. Di aver attraversato la notte come un treno a lunga percorrenza, da un orizzonte all'altro, fino al risveglio. Sono giorni aggirati scansando i cerchi densi che si allargano in superficie mentre ti sporgi e il tuo viso non ti somiglia, e miglia da percorrere, prima di dormire...

...onde è medicato in parte il tristo pensiero dell'annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. [...]  così quando diciamo, oggi è l'anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la tale, questa ci pare, per dir così, più presente, o meno passata, che negli altri giorni.

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martedì, 15 aprile 2008



Dell'intemperanza morta insieme al sorriso, quel giorno uguale ad oggi.

Ho amato esseri, li ho perduti. Sono divenuto folle quando questo colpo mi ha percosso, perché è un inferno. Ma la mia follia è rimasta senza testimoni, il mio smarrimento non appariva, la mia intimità sola era folle. Talvolta diventavo furioso. Mi si diceva: Perché siete così calmo? Ora, bruciavo dai piedi alla testa; la notte, correvo per le strade, urlavo; il giorno, lavoravo tranquillamente.

Dove devo scendere? Appena senti l'odore del mare.
Non c'è mare, non c'è più mare, non ce n'è stato mai.

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venerdì, 11 aprile 2008



Il treno è entrato in stazione infilando il grumo vischioso di scirocco. Una bolla d'aria giallastra. È piovuta sabbia, dicono, anche negli ingranaggi del tempo.


Ad esserci basta il cuore. Non serve alcun alfabeto.
Questo male, questo bene, come si chiamava?
Ho pagine piene di cose che hanno perduto il loro nome. Come si chiama un orologio fermo?


Fammi cantare del dolore, della mia montagna...

(Marina Ivanovna Cvetaeva, Poema della montagna, ediz. Il buon Tempo)

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giovedì, 10 aprile 2008



Per contro. Chi – al mio posto – saprebbe lasciarsi scivolare addosso con nonchalance la mancanza di tutto ciò, la bonaccia letale che regala follia agli uomini e alle donne di mare, quest'assoluta assenza di segni e di parole, questo vento mai stato? Da sempre non so più nulla di te, più che mai ora.


A Bologna il cielo è così basso che inciampo nelle rotte di emisferi non miei.


So che tutto ciò è nulla      e che la lingua che parlo non ha alfabeto

(Odysseas Elytis)

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mercoledì, 09 aprile 2008



Sarebbe bello capire come possa l'incertezza di una stagione scavare le anse di questo fiume, seminare un senso di dolcezza inesausta riposto in ombra, ricucire umori irrisolti, cogliere sull'orlo del sonno, a notte fonda, sgranando i giorni che piovono in questa luce improvvisa, inseguire a ritroso questo treno stordito e le sue stazioni nell'approssimarsi, lontanando...

Sai che il desiderio più grande che ho, in questi giorni, è di andare in collina a raccogliere fiori di sambuco e asparagi selvatici e raperonzoli e poi tornare la sera col vento ancora dietro le orecchie... >>>

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martedì, 08 aprile 2008



Non sembra mai possibile che tenere stretto un filo a queste latitudini che chiamano "virtuali" ti dia l'occasione di toccare con mano, quasi fosse scontato che si possa attraversare le vite altrui senza sfiorarsi… Invece. Sono felice di toccare qualcosa che non è fragile, né deperibile. Toccarne il tempo esclusivo e dedicato, sentirne sprigionare il profumo da una busta dopo un lungo viaggio, macchiarmi d'inchiostro verde smeraldo, ascoltare i racconti del fiume. Sono dall'altro capo del filo, e quel filo si lascia stringere; esiste.

C'era un tempo in cui non era insolito usare un pezzo di filo per guidare le parole che altrimenti avrebbero faticato ad arrivare a destinazione.

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