M'infiamma il desiderio
e brillano i miei occhi.
Sistemo la morale nel primo cassetto
che trovo, mi muto in demonio,
e bendo gli occhi
dei miei angeli
per
un bacio.
Pentagramma quasi deserto, ormai, poche note a mescolarsi nell'aria, un accenno stanco di sax. Coglie sempre alle spalle lo struggimento di stare
dentro la musica. Ricorderò i miei venerdì come giorni di tensione allentata e di molti
altrove, con la breccia aperta dalle voci degli strumenti. Un varco nella zona oscura e perduta di me, quella su cui ho pazientemente lavorato perché diventasse lontananza indolore, anestesia di slanci, fermo immagine. Prosciugandone l'istintiva illogicità, l'amorevole nutrimento di una scrittura quotidiana diventata a poco a poco sommesso richiamo, gesto terapeutico e liberatorio. Non si ha paura di perdere [ciò che non si può possedere] ma si temono le conseguenze di quella perdita nella propria vita. Non ci si nasconde dietro la nudità dell'anima: finché possibile non domandarsi ragione, non spiegarsi, non dare un nome alle cose che accadono. Ma una volta svelata e malnutrita, le cose intorno non ci parlano più e la magia finisce. Siamo noi che la lasciamo andare.
Di quella dolcezza di cui – tuttavia – spesso si è vivi farne le spese ogni tanto. Ripensando furtivamente all'apparente sincronia, alle coincidenze, al tempo dilatato e all'improvvisa luce della felicità breve, "refolo di vento teso" che disperde le nuvole, quella che sfida tutte le solitudini e ti estrae dal mucchio. Patendo la bellezza e l'ozio di un paesaggio o di un dipinto, quando
condividere diventa un bisogno primario e l'interlocutore perfetto non c'è. Non sappiamo cosa sia, ma ne riconosciamo i segni. All'angolo dello sguardo appannato, tra la palpebra e l'orizzonte oscuro in cui diventiamo irraggiungibili.
Come si può amare se hai perso l'idea di Dio... Amarsi non è terreno.