mercoledì, 07 maggio 2008



Quando viene la notte,
io sto sulla scala e ascolto,
le stelle sciamano in giardino
ed io sto nel buio.

Senti, una stella è caduta risuonando!
Non andare a piedi nudi sull'erba;
il mio giardino è pieno di schegge
.

(Edith Södergran)

Me ne ricordo, sono persino venuta a mani vuote un giorno come oggi. Non è un giorno qualunque, è da quella notte che non puoi camminare a piedi nudi sull'erba senza ferirti e che chiedi a te stesso e ad alcuno di non farlo.

Ma che ci facevo, lì, a mani vuote?

So che tutto quello che penso, che scrivo, che tormento con i miei ritorni non serve a nulla. Eppure. Anche di questo sono viva.

Il cuore non dimentica ciò che gli occhi vedono.
(antico adagio armeno)

[occhi] | plink | commenti (7)
Commenti
#1   08 Maggio 2008 - 16:07
 
negarsi, per poi ritrovarsi...e di nuovo dirsi addio..è straziante.
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#2   08 Maggio 2008 - 19:34
 
Dovevi insegnargli a ferirsi i piedi nudi con l'erba del prato, di notte. Altrimenti non avrebbe mai saputo.
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#3   08 Maggio 2008 - 21:59
 
Overzero,
ancora una volta ti ho evocato pensieri tristi? :(
Non era mia intenzione, giuro. :-*

Saonda,
non era quello il mio ruolo. Non ho potuto. :-/
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#4   08 Maggio 2008 - 22:32
 
Allora non ho capito bene io. Però sa di qualcosa di un po' fatale
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#5   09 Maggio 2008 - 08:47
 
Di fatale, sì. :)
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#6   09 Maggio 2008 - 09:51
 
c' è un “territorio” ove le mani nude sono la misura dell'inesistente.
Ma ne esiste un altro. Non misurabile. Fatto di schegge che non fanno sanguinare ma che comunque feriscono. Non bisogna commettere l'errore di compararli. Hanno linguaggi e codici che “risuonano” diversamente. Non è esilio “poterne” (doverne) abitarne uno solo di essi.
E' custodia dell'unicità.

Sei “bellissima” in ogni singola vocale.
Buona giornata, bru
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#7   09 Maggio 2008 - 15:20
 
Vorrei regalarti questi versi di Neruda, tratti da una raccolta che parla di mani:

Persino chi tornò
dal monte, dalla sabbia,
dal mare, dal minerale, dall'acqua,
a mani vuote,
persino il domatore
che tornò dal cavallo
in una bara, spezzato
e morto
o la donna dalle sette mani
che nel telaio
perse d'improvviso il filo
e tornò all'ovaia,
ridotta a uno straccio,
o addirittura il campanaro
che muovendo
nella corda
il firmamento
cadde dalle chiese
verso l'oscurità
e il cimitero:
anche tutti loro
se ne andarono
con le mani sciupate
non dalla morbidezza ma da qualcos'altro:
il tempo corrosivo,
la sostanza
nemica
del carbone, dell'onda,
del cotone, del vento,
perché solo il dolore insegnò a essere:
perché fare era il destino delle mani
e in ogni cicatrice c'è la vita
.

[...y en cada cicatriz cabe la vida]

Grazie per le parole che hai scritto e per quello che scrivi, con forza, anche quando il dolore non è un semplice impedimento.
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