sabato, 17 maggio 2008



Sono abituata ad olivi secolari, a volte millenari. A grovigli di nodi e profili dolorosi, a smorfie inceppate nell'afonia. A tronchi che sono sculture cave artigliate alla terra e protese al cielo. Invece qui sono olivi giovani, facili da abbracciare quando si è tristi, perché "rappresentano il dolore del pianeta, il dolore muto, dignitoso. Donano calma e serenità". Posso abbracciarli senza sforzo.

Ho respirato con lo sguardo nascosto dietro gli occhiali scuri, con un sole che non c'era, una luce di piombo e Andare di Einaudi sullo sfondo. Disegnavo con la mente ascoltando – senza voltarmi – ogni voce che avrebbe potuto somigliare al mio ricordo. Alla fine quel ritratto così vero non era fatto con lo sguardo. Senza più vederti non avevo mai smesso di ascoltarti.


La pigrizia dei pescherecci dondolanti nel portocanale di C. L'improvviso acquazzone alla darsena di R. A F. la pace dei colori e delle stanze vuote di passi in cui godere di quel tempo che permette alle cose di dirsi e spiegarsi. La terra di mezzo tra il sonno e la veglia è un luogo che non esiste. In cui non ci sono ricordi. Credevo tornasse a farmi male la consapevolezza d'essere sotto lo stesso cielo. Lo guardo, stasera, e la luna è una smagliatura di luce nel suo broncio; vorrei emozionarmi, ma non accade.

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