mercoledì, 19 marzo 2008



Sipario su un orizzonte di luce, una giornata che ricuce e allaga l'anima. Poi quattro donne e gli archi di Beethoven, Bartok e Grieg che lascino fuori la notte. Il vero lusso è diventato un angolo vuoto. Un punto fuori asse in cui sia possibile assentarsi dal proprio sguardo senza la sollecitazione a fornire nuove coordinate. Un meraviglioso primo violino ma – soprattutto – uno strepitoso violoncello, corde carezzate e pizzicate che sono mani, capelli, occhi, pelle, attimi che non trattieni. Eccolo, il luogo da cui tutto si può evocare ma in cui nessuno può raggiungerci.

È necessario non dimenticare nulla;
né il rubinetto aperto né il fuoco acceso,
né il sorriso per gli infelici
né la preghiera di ogni istante.
 
È necessario non dimenticare di vedere la nuova farfalla
né il cielo di sempre.
 
Ciò che è necessario dimenticare è il nostro volto,
il nostro nome, il suono della nostra voce, il ritmo
del nostro polso.
 
Ciò che è necessario dimenticare è il giorno carico di fatti,
l’idea di ricompensa e di gloria.
 
Ciò che è necessario è essere come se già non fossimo,
vigilati dai nostri stessi occhi
severi con noi, perché il resto non ci appartiene
.

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martedì, 11 marzo 2008



Càpita un temporaneo vivere per intervalli e spazi bianchi. Di ponti sospesi tra i giorni di redde rationem, traghetto incerto tra due albe. E di una luce che non arriva al fondo restando impigliata nella grana dei pensieri, contenendo vuoti che vengono da lontano, tra una pioggia e l'altra, la neve.

Trovai la prima scatola di fiammiferi dietro la tomba di Ronnie. Era piuttosto malconcia, ma il suo contenuto, un minuscolo rotolino di carta, era rimasto intatto. Lessi la parola che David aveva scritto con l'inchiostro nero: mitxirrika. Era il nome che si usava a Obaba per dire «farfalla». Aprii un'altra scatola. Il rotolino nascondeva una frase completa: Elulla mara-mara ari du. Si diceva a Obaba quando nevicava dolcemente.

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giovedì, 28 febbraio 2008



Del tempo ridotto in briciole, abbastanza da perderne da ogni tasca e dalle mani. Investimento vano, quello di tracciare sentieri deperibili, come scrivere sull'acqua o sulla sabbia. Ogni volta che ci ritorno, lì dove avevo un piccolo progetto di corrispondenze e affinità, vorrei dire tante cose prima di scoprirne la perfetta inutilità. Perché non scrivi più? Perché ho smesso di farlo davvero in un tempo preciso che è cesura, me nolente, e non sono stata più capace di riannodare il filo di una necessità. Senza che la vita mi basti, incapace com'è di trattenere o risarcire i discorsi interrotti. Sul molo, al crepuscolo, sopraffatta dal torpore di un cerchio che non si chiude, un frullo d'ali per ogni pensiero non disperando nel loro ritorno.

Al pidèdi ch'a lasémm ma tera
e' sòul, e' vént e l'aqua
i li scanzèla
e néun
émm vòia da truvè s'lè rèst
un sègn o un'òmbra
.
[...]   

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sabato, 23 febbraio 2008



Sei su una sedia, da nulla sfiorato, e senti
l'antico sé farsi un sé più antico, immagini
solo la pazienza dell'acqua, la noia della pietra.
Pensi che il silenzio sia la pagina in più,
pensi che nulla sia buono o cattivo, nemmeno
il buio che colma la casa mentre te ne stai seduto a guardarlo
arrivare. L'hai visto altre volte. Gli amici
sfilano davanti alla finestra, i volti sudici di rimpianto.
Vuoi salutarli ma non riesci a sollevare la mano.
Sei su una sedia. Ti volgi alla belladonna che getta
una rete velenosa attorno alla casa. Assapori
il miele dell'assenza. È lo stesso ovunque
tu sia, lo stesso – che la voce imputridisca prima
del corpo, o il corpo imputridisca prima della voce.
Sai che il desiderio porta solo al dolore, che il dolore
porta al compimento che porta al vuoto.
Sai che adesso è diverso, che questa
è occasione di festa, l'unica festa,
che arrendendoti al nulla
sarai risanato. Sai che c'è gioia nel sentire
i polmoni prepararsi a un futuro di cenere,
così aspetti, guardi fisso e aspetti, e la polvere si posa,
e le ore miracolose dell'infanzia brancolano al buio
.

Ha ragione lui: ogni attimo è un posto dove non sei mai stato. Ed ha ragione anche lei: su quel ritmo necessario di cui si è vivi, spezzato da investimenti mancati e svilito dalla sensazione di essere tutt'uno con quegli scarti. Si scrive anche per questo: perché la vita – diversamente dalle cose incapaci di germinare nel buio della terra invernale – prima o poi risponde. Risponde sempre.

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domenica, 10 febbraio 2008



Ora se ne parla per il film, ma io di quel libro ricordo di aver amato subito il raccontare dell'attimo in cui ci si ferma. Della pausa tra le note. Di tutto quel dolore imploso e quella vita irreversibile. Tu non mi ascoltavi già più e di una stella danzante neanche l'ombra. Mi sono salvata per caso da ciò che non sarebbe mai bastato, ma davanti allo specchio si vede ancora.

Ci sono momenti in cui si ha qualcosa da dire a qualcuno, che ci farebbe piacere dire, che addirittura sentiamo il bisogno di dire. E ci accorgiamo che nessuno vuol ascoltare nessuno. Perché uno non ha tempo (oramai non si ha più tempo per niente) o ha ben altro nella testa o non è il momento giusto o sta cercando anche lui qualcuno a cui dire qualcosa. Ascoltare è difficile, ascoltare è sempre un po' diventare l'altro, e uno si difende, d'istinto. [...] In queste condizioni, le cose che abbiamo da dire non resta che dircele addosso. E' quello che fa il personaggio di In fondo a destra: un mezzo intellettuale è così sicuro di sé che si smarrisce in una realtà, oltretutto, immaginaria. Non sa a chi dire le sue cose, e comunque le dice: a qualcuno che non c'è, allo specchio, a vanvera. E rischia di far ridere. Ma in fondo chi l'ha detto che dalla disperazione si può solo piangere?


Più il tempo passa. Più il dolore resta sullo sfondo, attutito, neutro, inodore, spaventosamente muto. Più la certezza che eri una cosa importante.

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mercoledì, 16 gennaio 2008



Grazie alle sculture d'ombra le cose perdute lasciano traccia di sé. Per sottrazione, certo, dopo che un fumo denso di felicità possibili ha invaso la stanza e una pioggia grigia di polveri e fuliggini copre con uniformità struggente ogni presenza. Con la fine delle cose, con il loro andar via la nostalgia irreparabile prende la forma bianca dell’assenza nel luogo che occupavano e su cui la polvere non si è posata. Cenere da cui ogni cosa ha inizio e fine: l’infinito che si fa sinonimo di polvere, l’innumerevole pari ai granelli di sabbia di un deserto.

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martedì, 01 gennaio 2008



In un prato
io sono ciò che non è prato.
La sua assenza. Ed è sempre così.
In ogni luogo io sono
quel che non c'è
in quel luogo.

(Mark Strand)

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