sabato, 28 giugno 2008



Dimentico pian piano le tonalità emotive delle parole ricevute in dono, quelle cui tenevo di più e credevo mi scorressero nel sangue. Delle mie non so più nulla da tempo, non vado a trovarle, talora ho trovato ridicolo il solo fatto di averle pronunciate. Scivolano dagli occhi le sfumature dei particolari minuti, dalle dita i dorsi dei tuoi libri e i nodi dei tuoi capelli. Perdo ogni appiglio a quella felicità breve e ad ogni passo quel che sapevo di te non è che un punto nascosto nel ricordo di un dolore mai estinto. Ma tu che hai voluto tutto questo, che puoi saperne?

Ho paura di dimenticarti, mentre fisso una stella a caso tra quelle che sciamano sopra di me tra gli olivi per i sentieri di questa notte di cielo lucido e assoluto distacco. Sapendo della sua appartenenza breve [anche] ai luoghi del cuore e della sua luce dimora dei morti. Sapendola svista innocente su nuove rotte, da cui basta distogliere lo sguardo per perderla [e perdersi] per sempre.

E gli alberi e la notte
non si muovono più
Se non da nidi.

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giovedì, 19 giugno 2008



Impossibile misurare la lontananza sulle mappe, non vi è la geografia tra le sue figure. I giorni, gli anni, le rotte, le parole. Tutti dormono nella scatola dei giochi. Vi inciampo per caso o per scherzo del destino e sono ancor più laceranti di quando mi hanno attraversato la vita. Mi manca un'ultima toccata e fuga sotto quel cielo che non mi appartiene da quando ho fatto dei miei brevi viaggi un cammino metodico intorno a luoghi, ricordi, esseri, sogni, passi che potessero restituirmi l'orientamento nel punto esatto in cui mi sono perduta. L'ho fatta tutta, quella strada, fino al punto esatto in cui si spegne, e ora so. Che non c'è un punto d'arrivo, ma solo ciò che hai perduto. So che un giorno la mia intemperanza ti mancherà. Sarà il giorno in cui avrai ritrovato quella parte di te che non conosci, ma non ci sarà più occasione per dirselo.

Perdi un cosa al giorno. Accetta il maldestro
di chiavi perdute, di un'ora insipiente.
Perdere è un'arte e non vuole maestro.


(Elizabeth Bishop)

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sabato, 17 maggio 2008



Sono abituata ad olivi secolari, a volte millenari. A grovigli di nodi e profili dolorosi, a smorfie inceppate nell'afonia. A tronchi che sono sculture cave artigliate alla terra e protese al cielo. Invece qui sono olivi giovani, facili da abbracciare quando si è tristi, perché "rappresentano il dolore del pianeta, il dolore muto, dignitoso. Donano calma e serenità". Posso abbracciarli senza sforzo.

Ho respirato con lo sguardo nascosto dietro gli occhiali scuri, con un sole che non c'era, una luce di piombo e Andare di Einaudi sullo sfondo. Disegnavo con la mente ascoltando – senza voltarmi – ogni voce che avrebbe potuto somigliare al mio ricordo. Alla fine quel ritratto così vero non era fatto con lo sguardo. Senza più vederti non avevo mai smesso di ascoltarti.


La pigrizia dei pescherecci dondolanti nel portocanale di C. L'improvviso acquazzone alla darsena di R. A F. la pace dei colori e delle stanze vuote di passi in cui godere di quel tempo che permette alle cose di dirsi e spiegarsi. La terra di mezzo tra il sonno e la veglia è un luogo che non esiste. In cui non ci sono ricordi. Credevo tornasse a farmi male la consapevolezza d'essere sotto lo stesso cielo. Lo guardo, stasera, e la luna è una smagliatura di luce nel suo broncio; vorrei emozionarmi, ma non accade.

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mercoledì, 23 aprile 2008



Infilare nella parola "viaggio" il minimo indispensabile ed essere già altrove, sanati dal bisogno di trattenere ciò che ha scelto di andare, senza più pensarne né scriverne. Essere altrove e senza una storia da leggere o raccontare, dopo tanto tempo.


Non ricordavo che il ponente mettesse euforia. Già vira a tramontana, infila nuvole una dopo l'altra nella cruna del cielo, disperde spine lungo i miei passi, ovunque almeno una volta ci sia cresciuto clandestinamente un fiore. Luce di intermittenze, pochi secondi e poi divora ogni ombra. Svuota le parole – persino le tue – e riempie la borsa dell'attesa di una nuova partenza. Dopo Babele il mare non fa più rumore nelle conchiglie e gli alfabeti si dileguano lì dove mi doleva il tuo mancarmi.

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mercoledì, 09 aprile 2008



Sarebbe bello capire come possa l'incertezza di una stagione scavare le anse di questo fiume, seminare un senso di dolcezza inesausta riposto in ombra, ricucire umori irrisolti, cogliere sull'orlo del sonno, a notte fonda, sgranando i giorni che piovono in questa luce improvvisa, inseguire a ritroso questo treno stordito e le sue stazioni nell'approssimarsi, lontanando...

Sai che il desiderio più grande che ho, in questi giorni, è di andare in collina a raccogliere fiori di sambuco e asparagi selvatici e raperonzoli e poi tornare la sera col vento ancora dietro le orecchie... >>>

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giovedì, 06 marzo 2008



Perché non sa voler bene.


Sono sola tra gli alberi al lago,
vivo in amicizia con i vecchi abeti a riva
e in segreta intesa con tutti i giovani sorbi.
Sola, sto distesa ad aspettare,
non ho visto passare nessuno.
Grandi fiori mi guardano dall’alto di
lunghi steli,
pungenti rampicanti mi strisciano sul grembo,
ho un solo nome per tutto, ed è amore
.

(Edith Södergran, L'anima in attesa)

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sabato, 01 marzo 2008



Ciò di cui abbiamo davvero bisogno è co/incidenza. Di paure e desideri, di progetti, ricordi, speranze, parole. Bisogno di sincronia e reciprocità. Di prossimità. Di riconoscere il nostro viso nello sguardo di fronte. Di flettere la voce e curvare la luce. Di leggere i medesimi nomi nelle cose, di creare nuovi alfabeti. Di neve sulle nostre attese. Di trovarci. La distanza si addice agli dèi, ma qui non ne vedo. [E dove mancano gli dèi restano solo i loro capricci]


Lugete, o Veneres Cupidinesque.
Se non fosse per qualche voce seduta dalla parte del torto, sembrerebbe quasi che i più possano aver ragione.
[Senza parole]


Non fu una buona idea. Chiedermi silenzio dal giorno alla notte (tu che puoi). Scomodare la tirannia del tempo. Impartirmi l'imprecisa chiarezza di gioco, desiderio, pausa e la confusa nozione della loro alternanza. Di fronte all'affabilità e alla premura di ogni nuova cor/rispondenza [le ricordo bene entrambe, queste "virtù"]. Se questa morte era ciò che volevi – ed hai ottenuto.


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venerdì, 15 febbraio 2008



Non so fare a meno della reciprocità degli sguardi. Io e la pioggia all’orizzonte ci guardiamo senza mai stancarci, mentre ogni attraversamento è collisione, e deflagrante [con]tatto.

Escrevo-te de perto, como se a mão
te fosse objecto breve aflorado,
como se da rua te chegasse
a certeza pequena para a compra
dos minutos seguintes. De perto
como o sol, como a cigarra.
Como um silêncio cheio
que te viesse aos olhos de manhã
e amar-te fosse a roupa
escolhida ao começar o dia
.

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lunedì, 11 febbraio 2008



Una volta partecipavo a imprese comuni, aderivo a una comunità e mi piaceva il motto: "Siamo tutti necessari, ma nessuno è indispensabile". Oggi che la mia pelle ha perduto ogni facoltà di aderenza e adesione a qualcosa, credo al rovescio di quella frase. Mi sono persuaso che nessuno è necessario, ma ognuno invece è frutto di un accidente prodigioso e gratuito, che per prodursi deve escluderne un'infinità di altri, tutti possibili. Ognuno è un dono, un'aggiunta non necessaria, che non va a colmare una casella vuota.
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Il modo. Ogni tanto mi coglie alle spalle a tradimento, per associazioni inconsapevoli. Quel modo assurdo che mi feriva, ogni volta. Di tutti i modi possibili, proprio quello, proprio con me. Quel modo. Impossibile strapparselo dal cuore. Imperdonabile, irrimediabile. Mi duole quel modo di mancanza, stasera, spuntato non so come né perché dalle cose finite, al di qua della siepe.
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Vita è questo eccesso di natura, esagerazione strepitosa di un'offerta che non è necessaria, però è insostituibile. Ognuno è un pezzo unico, irripetibile, la cui fine è spreco totale, senza riparo, rimpiazzo, risarcimento. Nessuno può essere sostituito. Il mondo va avanti a forza di doni e di dissipazioni, di strepitosi regali e brusche cancellazioni, eccesso e mancanza. Non è un sistema equilibrato dare/avere, non è fornito di partita doppia. Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile.

E che dire di chi, ogni volta che vien preso in contropiede, smette d'esser prodigo di sentenze e lascia cadere nel vuoto le domande degli interlocutori? Anche le montagne si sbriciolano, basta non rispondere e tirare innanzi. Anche qui, un modo che parla da sé.

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venerdì, 08 febbraio 2008



Un solco per ogni sottrazione. Uno spazio cavo, come di cosa svuotata, l'orma in un calco. Ogni scarto una curvatura impercettibile della luce a trascinare lo sguardo su una nuova forma delle cose. Scorrevano impetuosi i fiumi antichi nelle gravine prima che la loro direzione diventasse ferita inferta alla terra. Il taglio di noi da cui non ci è concesso distogliere lo sguardo. Siamo suolo carsico, terra smottata, traccia di lacerazioni, deserto costellato da fiori di pietra, riarsi in superficie per quell'acqua inghiottita dalle viscere, che si fa strada e scava dentro, e non la vedi.

Un giorno di lavoro in cantiere: sposto per le giuste ore molte lastre di marmo destinate a un pavimento. Le scarico dal camion, le trasporto all'interno, mi passano per le mani molte volte. La polvere bianca, la sfarinatura del marmo, si assesta in tutti i solchi delle mani, nei pori, nelle scalfitture. A raschiarla sotto l'acqua la sera, resiste come un velo. Poi a casa mi cucino una seppia e il residuo del suo nero insegue il bianco, a ricalco, su tut­ta la superficie delle mani. Le risciacquo, ma non a fon­do, tanto non ho da fare baciamano. Siccome ho una te­sta che impasta sempre parole, penso che quel nero su bianco sopra mani mie, sia scrittura: che le cose intorno scrivano sopra di me e di tutti, e nessuno sa più leggere tutta la posta che ci arriva addosso, per esempio, le goc­ce di pioggia sopra un vetro. Neanche i bambini lo san­no fare. Forse sapeva Adamo, quando metteva i nomi a tutte le creature. Forse non li inventava, ma li leggeva scritti su di loro, nelle orme al suolo, nei voli in cielo. E se posso fare pagine da scrittore è perché io stesso sta­sera sono scritto da nero di seppia e polvere di marmo, su dorso e palmo di mano. Nel disparte di un tavolo da sparecchiare, nel fiato che esala cipolla, scrivo della materia che mi ha scritto.

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