Ci sono stanze che apri una volta ogni tanto, per aggiungere o levare, senza curarti più di cosa ci sia dentro, né sollevare lo sguardo o la penombra. Non so se chiamarli "oggetti in fuga" o pensarla come "fuga dagli oggetti" [oggetti, pensieri, sogni... che non affermano nulla ma ti chiamano per nome, col nome che neanche tu conosci].
Non so se volevo davvero far rimanere nella scatola tutti quei giochi, e i fili, i legnetti dolci che fanno un bel fuoco, il paio d'ali inutili e arruffate. Tu che hai smesso da un pezzo di chiamarmi per nome. Non so se voglio davvero – seppur come pensiero scritto – farti restare.
Mentre cerco di sfuggire al disordine di un vento troppo caldo e polveroso,
un pensiero scritto è un pensiero che
rimane, a segnare il momento esatto in cui ha attraversato i miei giorni, a comporre scaffali di terrifico ordine su cui scorrere il dito e leggerne i dorsi alla cieca, a formare scritture nuove allineandone gli incipit e i racconti di vita sospesa, a pescarne a caso la parola ultima e definitiva ignorando cancellature e interpunzioni.
Io non so.
Io non so cosa sia più importante.