martedì, 27 maggio 2008



Ci sono stanze che apri una volta ogni tanto, per aggiungere o levare, senza curarti più di cosa ci sia dentro, né sollevare lo sguardo o la penombra. Non so se chiamarli "oggetti in fuga" o pensarla come "fuga dagli oggetti" [oggetti, pensieri, sogni... che non affermano nulla ma ti chiamano per nome, col nome che neanche tu conosci].

Non so se volevo davvero far rimanere nella scatola tutti quei giochi, e i fili, i legnetti dolci che fanno un bel fuoco, il paio d'ali inutili e arruffate. Tu che hai smesso da un pezzo di chiamarmi per nome. Non so se voglio davvero – seppur come pensiero scritto – farti restare.

Mentre cerco di sfuggire al disordine di un vento troppo caldo e polveroso, un pensiero scritto è un pensiero che rimane, a segnare il momento esatto in cui ha attraversato i miei giorni, a comporre scaffali di terrifico ordine su cui scorrere il dito e leggerne i dorsi alla cieca, a formare scritture nuove allineandone gli incipit e i racconti di vita sospesa, a pescarne a caso la parola ultima e definitiva ignorando cancellature e interpunzioni.

Io non so. Io non so cosa sia più importante.

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lunedì, 24 marzo 2008



Respiri, effetti impersonali, volti scarabocchiati. Di queste cose scoppia l'ufficio oggetti smarriti. Tracima a volte di tenerezze insolubili arginando nei suoi registri voragini di ore e nodi di giorni indietro a sé stessi, mai giunti a destinazione. Limbo di ogni attesa, trama di distanze, vuoto di ritorni. Una scatola dei giochi in cui mi piace affondare la mano ogni tanto, e pescarne a caso un frammento di infinito universo del possibile.

Se la Notte è figlia del Caos, allora Lete ossia l'Oblio ne è la nipote, nata dalla terribile unione tra la Notte e la Discordia. [...] Lete ci concede di dimenticare la nostra esperienza e felicità passata, ma anche i nostri dolori e pregiudizi.
La mia biblioteca consiste per metà di libri che ricordo e per metà di libri che ho dimenticato. Ora che la mia memoria non è più così pronta come un tempo, le pagine svaniscono mentre cerco di rievocarle. Alcune scompaiono del tutto dalla mia esperienza, dimenticate e invisibili. Altre mi inseguono e mi tentano con un libro o un'immagine, o con qualche parola fuori dal contesto.
[...] Da qualche parte nella mia biblioteca si trova la risposta a molte domande, ma ho scordato dove. [...] I volumi dimenticati della mia biblioteca conducono una vita silenziosa e riservata. Eppure, il fatto stesso che siano stati dimenticati mi permette, talvolta, di riscoprire una certa storia, una certa poesia, come se fossero del tutto nuove. Apro un libro che penso di non aver mai aperto prima e trovo un verso splendido, e mi riprometto di non dimenticarlo mai, e poi chiudo il libro e vedo, su una pagina del risguardo, che il mio io più giovane e più saggio aveva segnato proprio quel passo, scoprendolo all'età di dodici o tredici anni. Lete non mi restituisce l'innocenza, ma mi permette di essere ancora una volta il ragazzo che non sapeva chi avesse ucciso Roger Ackroyd, o che piangeva il destino di Anna Karenina.

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mercoledì, 12 marzo 2008



Quando le cose non stanno come sembrano [e la tentazione di concedere al teatrino una proroga si fa irresistibile] ognuno vive le piccole emozioni che si merita e che può.

Siamo sempre inclini a dimenticare ciò che abbiamo detto o fatto nel passato, anche per non avere il tremendo obbligo di rimanervi fedeli. Mi pare che altrimenti tutti dovremmo scoprirci pieni di errori e, soprattutto, di contraddizioni, tra quello che ci siamo proposti di fare e quello che abbiamo fatto, tra quello che avremmo desiderato di essere e quello che ci siamo accontentati di essere in realtà.


Mi piace che le lettere inizino con cara, che non risparmino sulla vicinanza e irrompano nei momenti in cui spero in una presenza, che sciolgano in un pianto liberatorio gli accumuli di nonsenso. Che restituiscano serenità senza avermela mai rubata. Mi sentivo in difetto, e mi sembrava che ogni spiegazione potesse apparire insufficiente. Mi emoziona sentirmi domandare se ci sono, e sapere che al mio interlocutore questo basti.

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mercoledì, 02 gennaio 2008



Hamm e Clov, Neg e Nell: questi i soli personaggi che “giocano” sulla scena beckettiana di Finale di partita, pièce teatrale il cui titolo “parlante” allude ad una situazione di gioco propria delle partite a scacchi in cui l’esito della partita è già determinato. Ed è l’autore stesso ad esplicitare chiaramente la metafora scacchistica: “Hamm è il re in questa partita a scacchi persa sin dall’inizio. Sin dall’inizio sa di fare delle mosse senza senso. Ora nel finale fa delle mosse che soltanto un cattivo giocatore farebbe. Un bravo giocatore avrebbe già rinunciato da tempo. Sta soltanto cercando di rinviare la fine inevitabile".

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