So vivere soltanto di legami, che sono i fili di scorrimento dell'umanità che mi ha nutrito e che mi ha dato occhi e ruoli, il tocco delle mani e il senso della casa: non mi hanno protetto, neppure mi hanno creato un bozzolo intorno. Forse mi hanno esposto al dolore della perdita e della privazione, forse hanno reso più fragile la mia pelle. Ma sono l'alfabeto per dirmi, credo.
Mi scrivi questo, cara amica, "sottovoce", ed io non posso che appropriarmi silenziosamente delle tue parole e custodirle qui, dove diventano anche un po' mie. Qui dove le riflessioni cercano spazio quando non condividono l'aridità della superficie e il deserto emotivo che dilaga anche nel più semplice rapportarsi, ché non sarà il filosofare dotto e livoroso sul nulla ad uccidere la speranza. Qui dove diventa inevitabile non appartenere ai "più" e tenersi stretti i propri alfabeti, credere negli incontri e nei fili come cibo e nutrimento oltre ogni privazione e ogni perdita, con il privilegio della gratitudine – sconosciuta a chi soffre i "legami" e gli affetti fino a spezzarli – per ogni "luminoso inciampo esistenziale".
Grazie.