domenica, 02 marzo 2008



Il giorno seguente non morì nessuno, dunque [ero proprio io, io soltanto, in esubero], e in seguito – in ogni caso – ai "fortunati" sarebbero state spedite lettere di preavviso.


Bisognerebbe allinearle tutte insieme, le parole, annodarle in un unico filo ininterrotto, riuscire così a distinguerne umori e contraddizioni, eleganza e volgarità, verità e menzogna, cordialità e fuoco fatuo, riflessi e sfumature ingannevoli della loro natura. E potersi vergognare di quelle pronunciate prima [o dopo], sotto la neve [o nello stordimento di una calura smemorata]. Prima di [o dopo] aver calpestato quelle foglie scrollate a viva forza dall'albero, senza le quali nessun giardino è perfetto.


[Sarà per la soddisfazione inattesa del volume uscito appena ieri: mi è tornata voglia di scrivere inutilità sui "miei" libri. Dev'essere un prurito passeggero, ma proverò ad assecondarlo].


Il mare, però. Oggi era di un colore irriproducibile. Trafitto dalla luce, sbalzato dalle profondità come uno smalto. Credo non esista neppure un nome per le tonalità che fanno in gola nodi di felicità e costringono a socchiudere gli occhi per difendersi dalla loro debordante bellezza. Per un attimo ho persino dimenticato che non avrei mai potuto raccontartelo [e subito dopo ho chiuso questo pensiero nella scatola delle inutilità irrimediabili].

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lunedì, 14 gennaio 2008


A parte quello di Balbec o quello di Venezia, mi chiedo se Proust abbia mai conosciuto il mare. Se il suo odore sia stato per lui almeno una volta madeleine a sorpresa capace di rimestare l'anima. Chissà – lo avesse conosciuto davvero – si sarebbe sepolto vivo con il sughero alle pareti senza patteggiare almeno uno spiraglio in quella stanza? O il suo consegnarsi in quel modo alla memoria non si debba – un modo come un altro – proprio al riconoscere nel ritorno della stessa onda sulla stessa riva la reale scansione del tempo, all'averne fiutato la capacità di invadere e sovvertire l'ordine di ogni spazio intorno, e dentro?

Qui e solo qui [nel mare], non dietro "la siepe dell'ermo colle", appare quanto è spaventoso l'infinito.

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