lunedì, 14 luglio 2008



Avere qualcosa da sognare, ad ogni costo. Sei vivo quando senti il rumore di un macinare continuo provenire dal cuore. Il cuore di chi sogna.

E più potremo beffarci della nostra impermanenza, giocando alla pari con chi sogna di noi e a un certo punto, senza possibilità di appello, smette di sognarci.
(Marina Terragni)

La luce trattiene le impronte di chi è già passato di lì, in altri tempi, con altri passi, coi medesimi occhi. Allontana e consuma l'appena ieri, ma ti lascia trovare il "da sempre". Vedi?

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sabato, 24 maggio 2008



M'infiamma il desiderio
e brillano i miei occhi.
Sistemo la morale nel primo cassetto
che trovo, mi muto in demonio,
e bendo gli occhi
dei miei angeli
per
un bacio
.

Pentagramma quasi deserto, ormai, poche note a mescolarsi nell'aria, un accenno stanco di sax. Coglie sempre alle spalle lo struggimento di stare dentro la musica. Ricorderò i miei venerdì come giorni di tensione allentata e di molti altrove, con la breccia aperta dalle voci degli strumenti. Un varco nella zona oscura e perduta di me, quella su cui ho pazientemente lavorato perché diventasse lontananza indolore, anestesia di slanci, fermo immagine. Prosciugandone l'istintiva illogicità, l'amorevole nutrimento di una scrittura quotidiana diventata a poco a poco sommesso richiamo, gesto terapeutico e liberatorio. Non si ha paura di perdere [ciò che non si può possedere] ma si temono le conseguenze di quella perdita nella propria vita. Non ci si nasconde dietro la nudità dell'anima: finché possibile non domandarsi ragione, non spiegarsi, non dare un nome alle cose che accadono. Ma una volta svelata e malnutrita, le cose intorno non ci parlano più e la magia finisce. Siamo noi che la lasciamo andare.


Di quella dolcezza di cui – tuttavia – spesso si è vivi farne le spese ogni tanto. Ripensando furtivamente all'apparente sincronia, alle coincidenze, al tempo dilatato e all'improvvisa luce della felicità breve, "refolo di vento teso" che disperde le nuvole,  quella che sfida tutte le solitudini e ti estrae dal mucchio. Patendo la bellezza e l'ozio di un paesaggio o di un dipinto, quando condividere diventa un bisogno primario e l'interlocutore perfetto non c'è. Non sappiamo cosa sia, ma ne riconosciamo i segni. All'angolo dello sguardo appannato, tra la palpebra e l'orizzonte oscuro in cui diventiamo irraggiungibili.


Come si può amare se hai perso l'idea di Dio... Amarsi non è terreno.

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domenica, 04 maggio 2008



Cara ***
trovo che il senso di tutto quello che stai vivendo e la misura “anche” nel rapportarti alle cose e alle persone sia racchiuso in quella parola: lentamente. È una cosa che tutti prima o poi sperimentiamo; basta l’irruzione di un imprevisto qualsiasi nella nostra routine, proprio quando pensavamo che non ci fosse alternativa alla scansione regolare e ordinata degli eventi, al loro incastro perfetto e impietoso dalla deroga inamissibile. E invece l’imprevisto rovescia le prospettive quanto più eravamo convinti di non poter rinunciare alle nostre corse quotidiane, in qualche modo ci “regala” una dimensione nuova di quel tempo che spesso crediamo di non avere. Mai abbastanza. Lentamente la leggo come una parola che sorride e guarda dritta negli occhi, una parola che si prende cura dello smarrimento e dell’incertezza, accompagnando le domande ancora prive di risposta.

Nel decorso di una malattia credo assuma un senso ancora più incisivo. Riuscendo ad apparire – inaspettatamente – come un “vantaggio”. Un tempo “in più” che ci viene elargito e ci permette di [sof]fermarci sui dettagli, quelli a margine del percorso, quelli che la coda dell’occhio di solito non coglie che di sfuggita e fuori fuoco. Lentamente è uno spazio bianco da cui ricominciare [a scrivere di sé] dopo aver perso il filo.

E poiché è solo una questione di “percezione”, il tempo passa ugualmente, seppure con un passo diverso da quello aberrante che ci risucchia nel nostro quotidiano quasi senza alternative. Vedi, la stagione è cambiata, insieme all’aria sulla pelle, ai profumi, ai colori; stai arrivando a giugno, cominci a intravedere un orizzonte più concreto. È quasi tempo di riprenderti la vita e di varcare “quel” confine, lentamente, più ricca di quel tempo ormai così prezioso che noi – al di là – crediamo di aver perduto.

Leggevo in un commento, altrove: scrivere rende fragili. Fragili come cristallo.
E rovesciavo (anche) su di me questa riflessione trovando coincidenze inquietanti. Di come scrivere sia talora battito d’ali, ma spesso anche tornado.

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mercoledì, 30 aprile 2008



Ti ho toccato. Non esisti al di fuori di quell’impronta, abiti solo la mia memoria a volte così intrisa e gonfia da lasciare tra le dita un'imperdonabile colatura di ricordi, gesti, sillabe.

Inalienabili. Intrattenibili.

Sono domande troppo cariche di senso, quelle dell'anima, e così sordo l'orecchio delle solitudini accanto. Così esiguo lo spazio duale che non le fa apparire folli...

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venerdì, 28 marzo 2008



Davvero credevo che certe strade non finissero esattamente nel punto del loro inizio. Non sono strade, infatti. Ma punti. Né al di qua né oltre. La chiamano riva, ignorando il suo profilo mutevole e capriccioso disfatto ad ogni risacca. È quel punto che invece di stare si sposta. Non è acqua e non è terra, non è direzione, solo un punto. Sei rimasto lì, in realtà te ne sei andato mille volte, ché una sola non bastava, no. Non so contarle, ne leggo i cerchi in quell'albero tagliato che ha smesso di crescere, in quel punto.

[Confusamente, e inutilmente, la stagione non mi aiuta. Scavo distanza e digiuno da questo quaderno, cerco solo direzioni che aggirino quel punto che a volte pare essere ovunque ci sia l'indugio di un'ombra]

Ti alzai sulle mie mani
e spiccai il volo.


(Ghiannis Ritsos, in Versi alla mano)

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martedì, 25 marzo 2008




Nel caos allegrissimo della stanza dei bambini si capiscono le cose che amano e che racchiudono tutto il loro mondo. Sono cose necessariamente "fuori posto", padrone di quello spazio, di ogni centro e di ogni margine. Non rispondono ad alcun "ordine" né ad alcuna "forma" che non sia la misura della distanza con il bambino e il dialogo silenzioso cifrato dietro alfabeti incomprensibili. Non si può assegnare loro uno scaffale, relegarle su un ripiano, allinearle in combutta arbitraria con altri oggetti estranei. No. Le cose più amate i bambini le vogliono sparse sul pavimento, ammucchiate sotto il piumone, appallottolate nel cassetto defilato perché mamma non veda, ovunque, ma non nel luogo in cui dovrebbero essere. Poi un giorno dal caos riemergono cose dimenticate, altre vi affondano mal funzionanti, zoppe, sghembe; tornano il pezzo che non si riusciva a trovare, la ruota che mancava, l'ala spezzata. Qualcosa esce dai contenitori in cui i giochi si addormentano a strati, e qualcosa vi entra, in attesa d'esser di troppo. Quando le cose finiscono nella scatola dei giochi è il momento in cui si può iniziare a dimenticarle.

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domenica, 09 marzo 2008



Uno pensa di potersi abituare a tutto, ma mai all’idea che un legame – di qualunque natura e peso – possa essere considerato una pataccata.
Oggi sto male. Ti do anche questo. So di poterlo fare. [E sentirlo, quel male alle parole, senza che basti]. Non c’erano debiti, in gioco null’altro che l’esserci. Un’imperfezione che non eviterà d’essere apostrofati con l’ambìto titolo di spaccamaroni, che pronunciato e reiterato contiene già ogni crepa e nessuna ironia.

È che i pixel amplificano la menzogna. Passano gli anni e sono sempre come il ritratto che non invecchia, l’involucro lucente che avvolge sentimenti ormai inattuali confondendo l’orientamento quando involontariamente capita di imbattersi in loro. Sembra oggi, sembra ieri, senza essere né l’uno né l’altro, ma è mai stato?

Uno alla finzione non sempre s’abitua, né alle pataccate, quelle vere. E quand’è leale non può fare a meno di esigere lealtà, non la mezza verità rocambolesca filtrata altrove. Almeno la carta invecchia, si carica del tempo e delle attese, restituisce la polvere della dimenticanza e l’usura dell’attenzione premuta contro il cuore... Una volta, una sola volta dissi che *** è l'artista che più amo. E tu te ne sei privata per donarlo a me: sei matta? [...] Il tuo tempo prezioso, soprattutto quello.

Già. Ero e sono matta, ma dissi di no. Certo, a chiamarti angelo son bravi tutti, ma è negli scivoloni che si vede quella statura di cui è pieno il mondo e il rammarico di molti. Anche il mio. Trovarsi o perdersi, dopo tutto, sono due cose che accadono per caso. È di restare (o di tornare) che si sceglie, ma spesso è tardi. Spesso le parole che sembrano non invecchiare – ma in realtà non esistono più – mi fanno un male indicibile. Quasi sempre, in un momento qualunque, come adesso.

Prendo atto che negli ultimi giorni, non una volta sola, qualcuno ha avuto bisogno di visitare il mio blog – quello “ufficiale” – utilizzando uno di quei server anonimi che promettono l’invisibilità. Peccato che qualche rilevatore “tradisca”, e che la persona navigante abbia per me un’identità, dovuta a precedente e regolare frequentazione. Un po’ mi dispiace: un comportamento offensivo dell’intelligenza, come tanti, proprio da chi non te l’aspetti [perché poi? Già, perché le cose non sono mai come sembrano...]. Un po’ non mi stupisco più, in questo universo di comodo per chiunque abbia problemi d’identità, in questo mondo dove chiunque può pirandellianamente affermare “io sono colei [ma anche colui] che mi si crede” e lasciarsi immaginare ovunque e in nessun luogo, partire senza muoversi, ritornare senza esser stati, il più possibile lontano da sé. Prendo atto e basta. Può bastare.


La musica è fatta di silenzi, ma il silenzio è pieno di musica.

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mercoledì, 05 marzo 2008



Fossimo senza ricordi, come una roccia,
noi ci potremmo riposare,
ma siamo spazio, segno
e sopra l'orizzonte fumo e vento
.

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domenica, 17 febbraio 2008



Della quantità non me ne è mai importato un accidente, in nessun contesto. Persino nella mia propensione all'accumulo di residui, brandelli, ricordi. Difetto ed eccesso sono attributi, non numeri; lampeggiano per questioni di modo.

Della qualità mi importa, invece. Eccome. Di quella del tempo soprattutto. Che sia un minuto o una vita, esserci davvero.

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mercoledì, 06 febbraio 2008



Attraversi giorni irrimediabili e cominci a fare pensieri strani, a riconoscere ricorrenze e creare bisogni. Ricorrono le distanze ravvicinate in cui sei spina e letto di sassi, cassetto da non riaprire, pagina da dimenticare. E lo spreco, la perdita, dà valore al residuo, al resto sopravvissuto per grazia, distrazione, caso.

Ti si è rotto l'aquilone? Lo spago tienilo.
(Yannis Ritsos)

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