giovedì, 12 giugno 2008



Il paesaggio è una visione soggettiva. Una fotografia ne coglie gli aspetti estetici ed emozionali sintetizzando realtà e sogno. Ma ogni battito di ciglia è uno scatto, inciso profondamente da qualche parte oltre i miei occhi, e il tentativo estremo e disperante di mettere a fuoco i legami che uniscono i luoghi. Nel paesaggio interiore gli aliti di tempo spargono i loro semi e scuotono le chiome della nostalgia, portano voci che somigliano a quel che di te mi duole, ma è solo mare, e non mi basta.

Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
di erba e cose impregnate di sole a sera
sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come un mattino notturno è quest'ombra vaga
di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
e ogni sera ritorna. Le voci morte
assomigliano al frangersi di quel mare
.

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mercoledì, 07 maggio 2008



Quando viene la notte,
io sto sulla scala e ascolto,
le stelle sciamano in giardino
ed io sto nel buio.

Senti, una stella è caduta risuonando!
Non andare a piedi nudi sull'erba;
il mio giardino è pieno di schegge
.

(Edith Södergran)

Me ne ricordo, sono persino venuta a mani vuote un giorno come oggi. Non è un giorno qualunque, è da quella notte che non puoi camminare a piedi nudi sull'erba senza ferirti e che chiedi a te stesso e ad alcuno di non farlo.

Ma che ci facevo, lì, a mani vuote?

So che tutto quello che penso, che scrivo, che tormento con i miei ritorni non serve a nulla. Eppure. Anche di questo sono viva.

Il cuore non dimentica ciò che gli occhi vedono.
(antico adagio armeno)

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domenica, 06 aprile 2008



Chi scrive è sempre – in senso kafkiano – cieco. Non sa né può vedere ciò che solo un altro sguardo riesce a lèggere tra le righe e dentro le parole. Non c'è davvero altro modo di lèggere le proprie pagine se non attraverso gli occhi di qualcun altro.

Miracoli in vista, zero. Per fortuna.
Già alta la luna nel cielo
il cielo che la parola invoca
e che subito lascia
sola e vuota nell'indaco.


(Enrico Testa, Pasqua di neve)

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martedì, 05 febbraio 2008



L’ho capito solo dopo, quando mi sono trovata a fronteggiare una quantità di memoria in esubero, troppa – decisamente – in rapporto al tempo. Scrivevo lettere lunghe e respiri corti, che leggevi avidamente credendo fossero solo parole, e invece erano occhi. [Ecco perché si possono cancellare anche gli sguardi, come gli alfabeti, e i nomi]. Anche questi stracci quotidiani sono lettere e a volte restano solo quelle per incontrarsi, senza volerlo.

Il dono è un gentile atto di presunzione. Invade lo spazio altrui con la pretesa: sono tuo. Che sia utile o no, esige che uno si occupi di lui. Ci sono persone che non sanno ricevere un dono, tra queste anch’io. Il mio grazie è anemico, meccanico. Mi piace però il gesto di porgere il regalo, il moto di premura, bello come quello di restare in ascolto di una persona. Di mio preferisco regalare vino, che è un modo di essere ricordato brevemente, a sorsi. [...] In fine per me la scrittura è un dono, che mi faccio a prezzi modici. Che possa esserlo anche per lo sconosciuto che legge, resta per me una sorpresa, mai potrò abituarmi. È uno di quegli scambi, incontri di fortuna, improvvisati, a distanza, come versare vino in un bicchiere lontano.

[Non vi è dubbio: sono stata presuntuosa, a volte]

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venerdì, 01 febbraio 2008



Cercavo parole precise, di quelle che non conoscono la stanchezza dell'oggi ma liberano ad ogni istante l'antica follia. Sicura che ci fossero. Invece. Allora ho chiuso gli occhi, come quando di recente ti avevo a pochi passi e avevo abbassato le palpebre perché tu non potessi appropriarti fino in fondo delle cose che vedevi, né potessi vederle come le vedevo io. Ho chiuso gli occhi e le ho viste, quelle parole. Scucite dai tuoi abiti migliori. Sottratte e poi restituite. Fuori posto.

Il desiderio conosce solo il furto o il dono.

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martedì, 29 gennaio 2008



Servirà a nulla l'avermi cancellato dal tuo cielo. Dalla consuetudine, dalla lettura, dall'incontro, dalla coincidenza. Dalla curiosità che rincorre smaniosa un'attesa o rende prezioso un segno. Ti mancherà sempre un frammento, uno di quelli che si cercano tutta la vita senza ricordare in quale luogo lo si sia perduto o in quale tasca sia sprofondato. È il modo in cui nessuno ti ha visto – io soltanto.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

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mercoledì, 09 gennaio 2008



Il nostro vero luogo di nascita è quello in cui per la prima volta riusciamo a rivolgere uno sguardo intelligente su noi stessi. La mia prima patria furono i libri.

I libri, certo. Siamo nati molte volte e in molti luoghi, allora, ogni prima volta e primo sguardo. Di fronte ad ogni specchio e in situazioni agli antipodi tra loro purché un altro sguardo abbia curvato il nostro come i nostri occhi curvano talora la luce nel cuore della felicità. Fa un certo effetto sapere di essere nati dentro un libro, sull’orlo di un abisso, al contatto di una carezza o nella pelle di un bacio.

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mercoledì, 26 dicembre 2007



Ti guardo come fossi un tuo ritratto,
gli occhi fermi ai tuoi occhi, da quest'ora

di pioggia e vento forte che non smette.
Cerco parole che non ci saranno

a dire quel che voce non può dire,
quel che si tace solo per paura

d'essere come siamo, al nostro meglio,
specchio d'un sogno che può farsi vero.

(Francesco Scarabicchi, da L'esperienza della neve)

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lunedì, 14 maggio 2007



E invece no. Improvvisamente la vita risponde pescando a caso dall’infinito grembo del probabile. Ora aspetto di nuovo, senza aver chiesto di tentare le ipotesi che verranno. Nell’attimo esatto in cui ti convinci che non serve a nulla, la porta si riapre e una mano tira il bavero che avevi rialzato per proteggerti meglio da quella folata di verità solo sfiorata. Non serve a nulla, ma questo aver riaperto la scatola dei ricordi affondando la mano tra i relitti di una piccola morte aiuta a fare di loro ciò che sono, echi di un’altra vita di cui non riconosci il paesaggio che amavi. Sai solo che è meglio camminarci quando piove, quando è più facile confondere una lacrima tra le gocce che rigano la terra e gonfiano il mare.

In realtà, il capo del mondo, come il suo inizio, è il nostro concetto del mondo. È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo come vedo gli altri.

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giovedì, 03 maggio 2007



Ché prima o poi la vita risponde e fa piccoli gli uomini e le cose, di misura stretta e banale, buona da occupare il fondo di una scatola di ricordi casuali invece che tutta l’aria intorno. Qualunque sia l’esito, la durata conferma l’inammissibile, qualcosa che c’è e di cui non si può dire. Che avevo visto giusto, senza che ciò possa restituirmi il tempo. A saperlo prima l’idiota che sono stata si sarebbe tenuta stretta la vita che ha lasciato fuggire, immeritatamente.

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