mercoledì, 25 giugno 2008



E quello? Quel bene, quel male, come si chiamava? Lo sai?

Dopo si perdono i tratti
svaniscono i volti a uno a uno,
resta soltanto e non invecchia
la lingua che li ha descritti.


(Titos Patrikios, La resistenza dei fatti)

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domenica, 25 maggio 2008



Puoi provare felicità e terrore di fronte alla dote – rara – di saper trasformare la realtà. Di muoversi in una nuvola di profumi non propri, pesche messe a macerare nel vino, mazzetti di viole nel cassetto, sapone e pane e chissà cos'altro.

Di saper fare respirare gli oggetti, dare voce alla materia, strofinare la memoria fino a farle scivolare via la polvere per plasmarla in altre forme.

«Per fare un bravo cuoco non bastano gli ingredienti, è indispensabile il suo desiderio: allora cucinerà, anche senza tegami, e i suoi piatti faranno sognare». E dopo, smaltiti gli eccessi di [stra]ordinaria virtù, puoi anche morire d'inedia.

[...]
mi chiedo
dove andrà il tuo sangue, l’estate
di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano.

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sabato, 03 maggio 2008



Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man's land, in cui è totale padrone di se stesso. C'è una vita a tutti visibile, e ce n'è un'altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell'etica, una sia morale e l'altra immorale, o, dal punto di vista della polizia, l'una lecita e l'altra illecita. Semplicemente, l'uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un'ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all'altra, e queste ore hanno una loro continuità. [...] In questa no man's land, dove l'uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo anch'esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza.


Una volta uscita da quella stanza mi riportasti indietro sapendo che dopo non ci saremmo rivisti mai più. Né sono più stata capace di ritrovarne la strada.

Stavi bene così.

Dopo la prima morte non ci sono altre morti.
(Dylan Thomas)

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giovedì, 24 aprile 2008



Difendere l'allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie
e da quelle definitive.

(Mario Benedetti, da Difesa dell'allegria)

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giovedì, 27 marzo 2008



Continuo a svuotare cassetti e pagine e a riempire la scatola dei giochi, in avanti, a ritroso o a metà strada, e di mio resta ben poco, neppure la scrittura. Questa scrittura "esiste" (?) perché in esilio. Ed è scrittura che si stanca di arrivare tardi, di non avere altra possibilità se non quella di essere fuori tempo, di essere lì dov'è costantemente in differita. A poterla osservare controluce, in trasparenza, se non fosse così opaca di memoria, e di sovrapposizioni arruffate e stordite come dopo una notte passata a contarne le sillabe e a chiuderne le parentesi. Perché ciò che cammina, e corre, di questa scrittura non sono le parole.

C'è sole e luce, oggi, mentre le nuvole corrono come macchie d'ombra sulla mia pagina e nella mia vita, come una carezza.


Lei continua ad indossare abiti incogniti che lasciano tracce, a entrare e uscire dal suo silenzio fragoroso di sentenze ultime e spiare i pensieri, da un altrove che lascia credere di aver costruito abbastanza lontano per capire ma che è dietro l'angolo. Lei, estensione di un monitor e prolungamento di un'ombra, che di suo non ha neppure il nome che porta, e tutto il tempo della veglia trascorso a quella finestra, insieme ad altri innumerevoli disperati a smanettare tra video, pixel e desideri che fremono in equilibrio sull'assenza. E la chiamano vita...

Il meglio che possediamo
non lo si può dare,
non lo si può dire
e neanche scrivere.


(Karin Boye)

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giovedì, 20 marzo 2008



L'ultima volta che ti ho scritto due parole avevo deciso che sarebbero state davvero le ultime. Dopo le conchiglie, le bottiglie, le figurine, i libri, i fogli volanti. L'ultimo spreco doloroso. L'ultimo – vero – [con]tatto. Che male potevano fare le parole? Già. Le forbici hanno esitato a lungo di fronte allo stelo spinoso della mia rosa, ed anche i miei quaderni – silenziosamente – sono scivolati via. Quel che resta – me ne rendo conto – è un nulla che non [rac]coglie i miei sentimenti, né allevia il rammarico, né potrà mai mancarti. Tu non vedi. Non sai e non puoi. L’importante è che la vita non ti passi più troppo vicino, che non rischi di sentirla premuta contro il cuore, pelle contro pelle, arrivarti addosso. Soprattutto la mia.

Si tratta di dare alle parole,
più o meno, l’importanza che hanno nei sogni.

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martedì, 18 marzo 2008



Ti scrivaraghju in faccia tanti paroli vani
chi’n u sguardu di l’altri parlarani
una fabeta di lingua
a fior’ di visu una bucìa un calcosa
o micca, a saparé tu
calchì dulori ghjustu
capaci à dì
u guasgi tuttu.

(Stefanu Cesari, da Forme animale / A Lingua lla bestia)

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mercoledì, 13 febbraio 2008



Che siano pagine di libri o scritte dentro, salire nel cielo e non trovarci niente è spreco pari al dissipare l'abbondanza. Salirci, tuttavia, cercando la parola o il rigo scritto per te. Da incidere in punta di matita, estrarre, portar via. Essere parte del sogno altrui, appartenere – e basta – a certe pagine, che per amarle ci sia scritto almeno un po' di te, e tu ne sia lembo, margine sgualcito, inchiostro che ha allentato il mordente ma non l'ombra. Incontrarsi così, nel tempo morto di uno spazio tra le righe.



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domenica, 27 gennaio 2008



Mi sento più indulgente, oggi, verso queste parole a termine che nascono come antologia, combaciando involontariamente con un'immagine pacificante. Funziona proprio come con un mazzo di fiori: scelgo, uno per uno, i pensieri possibili pescandoli dall'infinito grembo del probabile. Li scelgo per una intrinseca e non sempre ostentata "bellezza", li scelgo per una persona, non per un pubblico [si legge da soli, ci si infila uno per volta nel cunicolo che porta alla tana di chi scrive].

So che non dureranno a lungo. Ne posso scegliere il colore e il numero, forse la vaga somiglianza con il mio ritratto di dentro. Li regalo a chi percepisco – per qualche ragione – affine; scegli fiori e in realtà scegli la persona a cui farne dono. Sono io – dice il mazzo di fiori – duro poco ma questo istante è talmente bello che vale la pena fingere che sia eterno. Cosa resta di un fiore? E di una parola?

Non rimarrà nulla del dono, se non quel sapere di essersi cercati, almeno una volta, in modo esclusivo. Il mazzo di fiori viene accettato o rifiutato, ma è l'unico regalo che non si può riciclare. Funziona o non funziona, ma è solo per te.

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sabato, 26 gennaio 2008



Kafka teneva un diario per poter tornare a leggere le connessioni che gli erano sfuggite vivendo. Ci penso mentre prendo appunti involontari in disordine sparso e continuo a credere di farlo per smuovere ciò che si trova altrove sedimentato nei gesti abituali, eppure invisibile. Ci penso mentre abbozzo un nesso imprevisto tra i frammenti che il pozzo notturno finge di avermi restituito. Non valevo neppure la spesa di una parola, c'est ça qui fait la differance.

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