venerdì, 02 maggio 2008



Giornata sospesa, come il suo cielo improvvisamente lattiginoso, di luci spente sui buoni propositi e le remote intenzioni. Stordita da una notte breve di ri/correnze. È maggio odoroso di cibo di fate. Talvolta mi chiedo come [non] sarebbe un racconto senza il "non detto", gli intervalli, le pause, io stessa senza i vuoti in cui infilo il poco che di te resta diluito in quest'aria di fragole, nell'impronta del mio tempo.

Le cose amano le cose
l'edera scala il muro
e cade la vita
come una pioggia sopra l'osso rotto.
Il vincitore ha seminato morti
e il vinto figli
.

(Rafael Courtoisie)

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domenica, 16 marzo 2008



Tra i mesi con la r marzo è il mese migliore per i ricci, forse ancor più di aprile. E la migliore occasione per capire chi hai davanti, o a margine. Il migliore tra gli interlocutori deve passare questa "prova", solitamente di gruppo, come ogni liturgia: alla Forcatella, alla buona, seduto sugli scogli, con le mani. I ricci sono in accordo con il tempo: da sprecarne non ce n'è, si mangiano sul posto, sporcandosi e intridendosi di rosso e di arancio, storditi da quell'odore. Ti guardo mangiare i ricci e penso che è così che mangiamo la nostra vita. I ricci vanno aperti in silenzio, il frutto va odorato con i denti, sedotto con le labbra, succhiato, ingoiato. A marzo sono i più carnosi, e profumano davvero di mare e di alghe. Ti guardo mangiare i ricci e quasi mi vien voglia di farti vedere come si fa, se mai si possa insegnare a mordere la vita, e a succhiarne il midollo, in tutti i sensi.

L'odore penetrante dello iodio non mi evoca immagini di ferite o interventi chirurgici, bensì di ricci, strane creature marine irrimediabilmente legate alla mia iniziazione al mistero dei sensi. Avevo otto anni quando la ruvida mano di un pescatore mi mise in bocca un'ovaia di riccio. Quando ritorno in Cile, cerco sempre di trovare il tempo di andare sulla costa ad assaggiare di nuovo i ricci appena strappati al mare, e ogni volta mi assale lo stesso miscuglio di terrore e fascinazione che ho provato durante quel primo incontro intimo con un uomo. Per me i ricci sono inseparabili da quel pescatore, la borsa scura di frutti di mare che gocciola acqua e il mio risveglio alla sensualità.

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mercoledì, 20 febbraio 2008



Auditorio pieno, stasera. Ma per lei che suonava esisteva solo il suo pianoforte, nessun'altra voce. Un fascio di suoni assecondato dai movimenti del suo corpo, una furia sensuale di corde e di carne interrotta solo dalle pause, con le mani per un attimo a mezz'aria e a peso morto.

Horror vacui
. Perché spesso il silenzio [ma anche il vuoto] diventa una vera e propria ossessione, come se davvero bastasse a guarire la propria sordità. Invece cura illusoriamente la solitudine, postulando l'evitabilità di qualsiasi interazione diretta.

È intorno e intervallo, per chi ha orecchie. Lo sanno tutti che anch'esso ha un suono e che basta uno sguardo perché la sua innaturale austerità sia spezzata da un battito di ciglia. Dalla neve che cade. Da una foresta che cresce.

Mia nonna mi diceva sempre che per tacere e riposare ci sarà tempo, tutto il tempo.

Siamo noi a sceglierci i nostri carcerieri.

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lunedì, 28 gennaio 2008



Di antologia – ancora – perché certi quaderni le assomigliano. Non tutti. Per alcuni sarebbe più onesto usare una parola desueta e restituire corpo alle distanze. L'antologista, invece, non cerca un discepolo, ma un proprio simile, uno che sia capace di dialogare con ciò che ha prodotto. Che sia capace di far durare i fiori, non di metterli semplicemente in un vaso a far bella mostra di sé.

Sotto le mie dita ho sentito pulsare la tua pelle e questa cosa – più delle scarpe e delle parole – è un fatto, e resiste al tempo.

Con la maggior parte degli esseri umani, i più lievi, i più superficiali contatti bastano, o persino superano l’attesa; ma se essi si ripetono, si moltiplicano attorno a un unico essere sino ad avvolgerlo interamente; se ogni particella di un corpo umano si impregna per noi di tanti significati conturbanti quante sono le fattezze del suo volto; se un essere solo, anzichè ispirarci tutt’al più irritazione, piacere o noia, ci insegue come una musica e ci tormenta come un problema, se trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo, e infine ci diviene più indispensabile di noi stessi, ecco verificarsi il prodigio sorprendente, nel quale ravviso ben più uno sconfinamento dello spirito nella carne che un mero divertimento di quest’ultima.


Dare un senso alla nostalgia.

Quindi andai da lui e gli dissi
Ti prego accosta a dritta
è quello l’arcipelago del cuore.
Mi guardò e sorrise
mi diede un colpo sulla spalla,
invertì come un fulmine la rotta
e fuggimmo agli antipodi dell’isole
mettendo nelle vele molto vento.
Aveva al timone mani salde,
occhi acuti per tutto,
isole, scogli, cuori.
Comunque ero caduto in tentazione.
Era questo lo scopo delle isole. 

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venerdì, 18 gennaio 2008



Rumori e profumi abituali stabiliscono a volte associazioni imprevedibili con esperienze che non hanno mai attraversato, pescando a mia insaputa dalla scatola dei ricordi imperdonabili. Quale nesso può esistere tra ciò che esala e riecheggia in una notte di città e il ricordo di una notte d'altri [r]umori di fondo e differenti latitudini? Tra una risacca franta contro un lungomare di pietre addomesticate e la memoria del ribollire di legno e di resine, di scogliere sull'oceano? Tra la sferzata di un maestrale indeciso e quel che resta di un tempo che continuamente mutava direzione sulla rosa, intorno a pochi anni e – davanti – una vita intera?

Rumori e profumi abituali trasportano talvolta affetti e cose perdute come pollini nel gorgo di una bufera, nello sferragliare dell'ultimo treno, nel lontanare cigolante di una cantilena, nel nodo in cui s'inceppa la misura perfetta della distanza. 

Tratto con cautela il barattolo ermeticamente chiuso in cui conservo le mie madeleines. So bene che a sollevarne il coperchio rilascerebbero non solo la grazia dei giorni ma anche la dannazione degli attimi. E un profumo troppo intenso di calicanto. Ché qui non ce n'è, non ce n'è mai stato, eppure ritorna, a stordire come un languore.

Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.

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