Rumori e profumi abituali stabiliscono a volte associazioni imprevedibili con esperienze che non hanno mai attraversato, pescando a mia insaputa dalla scatola dei ricordi imperdonabili. Quale nesso può esistere tra ciò che esala e riecheggia in una notte di città e il ricordo di una notte d'altri [r]umori di fondo e differenti latitudini? Tra una risacca franta contro un lungomare di pietre addomesticate e la memoria del ribollire di legno e di resine, di scogliere sull'oceano? Tra la sferzata di un maestrale indeciso e quel che resta di un tempo che continuamente mutava direzione sulla rosa, intorno a pochi anni e – davanti – una vita intera?
Rumori e profumi abituali trasportano talvolta affetti e cose perdute come pollini nel gorgo di una bufera, nello sferragliare dell'ultimo treno, nel lontanare cigolante di una cantilena, nel nodo in cui s'inceppa la misura perfetta della distanza.
Tratto con cautela il barattolo ermeticamente chiuso in cui conservo le mie
madeleines. So bene che a sollevarne il coperchio rilascerebbero non solo la grazia dei giorni ma anche la dannazione degli attimi. E un profumo troppo intenso di calicanto. Ché qui non ce n'è, non ce n'è mai stato, eppure ritorna, a stordire come un languore.
Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.