Ciascuno cerca l'altro. Fosse almeno questo l'ultimo giorno dell'attesa.
Con un amico particolarmente caro condivido un mutuo scambio di pietre, fossili, erbe, terra e sabbia dei luoghi che entrambi, nei nostri viaggi, visitiamo. Anni fa ci regalammo un'impronta di tempo. Un'ammonite grande come un palmo di mano aperto, tagliata in due sezioni identiche e speculari, e il gioco di farle coincidere sempre, a sigillo della nostra amicizia.
Indosso spesso una piccola ammonite che il protrarsi del contatto con la pelle e i suoi umori ha "lucidato" fino a far risaltare riflessi madreperlacei e suggestioni infinite. E penso che porto con me una sorta di calco di quella conchiglia primordiale secreta dal suo mollusco abitatore. Una conchiglia che cresceva insieme a lui con i giorni vissuti, ed ogni intervallo di vita che diventava "stanza", una fila di piccole stanze arrotolate intorno al tempo, diligentemente svuotate da ogni flutto e salsedine che avrebbero compromesso il galleggiare e la stabilità, e l'animale ad abitarne solo l'ultima, quella dell'oggi. Alle spalle, tutto ciò che è stato, impossibile da abitare ancora, eppure tutto scritto, perfetto, compiuto. Indispensabile.
Molti pensano sia un regalo da niente. L'ammonite? No, no. Il tempo.
Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'attimo antico che l'attrazione di un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so.