giovedì, 10 luglio 2008



Stacchi la spina pochi giorni e alla fine ti presentano il conto. Casa sottosopra, operai, polveri e cocci, margini di privacy erosi da complicazioni, ritardi, rinvii. La routine affossata da una calura innaturale, il sonno quasi azzerato dall'abuso. In tre fratelli gestire a malapena i capricci ospedalieri di una madre che non ti aiuta neppure con lo sguardo, e lottare facendo muro contro la fatica di attraversare le controre al volante con figli, masserizie e pensieri. Volere volare e precipitare. Origano e menta strofinati sulle dita illudendosi di respirare. Il bisogno di una carezza che manca come una parola amica, ché non si può tracimare sempre nelle vite degli altri. Avere porte e finestre nell'anima e non poter chiudere fuori il mondo, né questo maestrale ingannevole, nessuno. Di spifferi a volte ci si ammala, ma è un lusso anche quello.

¿Es o no es
el sueño que olvidé
antes del alba?


(J.L. Borges, Diciassette haiku, da La cifra)

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martedì, 15 aprile 2008



Dell'intemperanza morta insieme al sorriso, quel giorno uguale ad oggi.

Ho amato esseri, li ho perduti. Sono divenuto folle quando questo colpo mi ha percosso, perché è un inferno. Ma la mia follia è rimasta senza testimoni, il mio smarrimento non appariva, la mia intimità sola era folle. Talvolta diventavo furioso. Mi si diceva: Perché siete così calmo? Ora, bruciavo dai piedi alla testa; la notte, correvo per le strade, urlavo; il giorno, lavoravo tranquillamente.

Dove devo scendere? Appena senti l'odore del mare.
Non c'è mare, non c'è più mare, non ce n'è stato mai.

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lunedì, 03 marzo 2008



Per lungo tempo – tu non lo sai – tutte le tue parole erano per me. C'era tutto il mio mondo, dentro, rovesciato dai tuoi occhi; parlavano di me. C'era profumo di buono e di casa, tu non lo sai. Luoghi dov'ero stata, profumi già esperiti, rigo di mare che unisce, alfabeto d'alberi. Tu lo sapevi? Ora sono universi ignoti, nuove infatuazioni e cor/rispondenze, cancelli serrati che non so più attraversare. Ora mi sono accorta di non avere parole da conservare, parole che siano mai state solo per me. Di quelle che restano, pensate, esclusive, durevoli. Tu così prodigo e affabile. Quasi vero. Credevo, ma non ho parole tue che parlino a me, non me ne hai lasciate, forse non me ne hai mai regalate. Un bel modo per mancare a me, ma soprattutto a te.


Scrivo ormai da tempo pochissimo via email, lo stretto necessario e asettico, ed è qualcosa che mi dà il senso di ogni scrittura fatta di pixel, anche di questi quaderni. Scrivo lettere e taccuini, scrivo sporcandomi le dita d'inchiostro, scrivo aspettando e lasciandomi attendere, senza risparmio di vocali e punteggiatura, di pause e spazi bianchi. Perché sulla carta scriviamo le cose che contano. Quelle che resistono al tempo.


Per sapere che ore sono basta guardarsi intorno e leggere l'ombra delle cose.

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domenica, 13 gennaio 2008


Ciascuno cerca l'altro. Fosse almeno questo l'ultimo giorno dell'attesa.

Con un amico particolarmente caro condivido un mutuo scambio di pietre, fossili, erbe, terra e sabbia dei luoghi che entrambi, nei nostri viaggi, visitiamo. Anni fa ci regalammo un'impronta di tempo. Un'ammonite grande come un palmo di mano aperto, tagliata in due sezioni identiche e speculari, e il gioco di farle coincidere sempre, a sigillo della nostra amicizia.

Indosso spesso una piccola ammonite che il protrarsi del contatto con la pelle e i suoi umori ha "lucidato" fino a far risaltare riflessi madreperlacei e suggestioni infinite. E penso che porto con me una sorta di calco di quella conchiglia primordiale secreta dal suo mollusco abitatore. Una conchiglia che cresceva insieme a lui con i giorni vissuti, ed ogni intervallo di vita che diventava "stanza", una fila di piccole stanze arrotolate intorno al tempo, diligentemente svuotate da ogni flutto e salsedine che avrebbero compromesso il galleggiare e la stabilità, e l'animale ad abitarne solo l'ultima, quella dell'oggi. Alle spalle, tutto ciò che è stato, impossibile da abitare ancora, eppure tutto scritto, perfetto, compiuto. Indispensabile.

Molti pensano sia un regalo da niente. L'ammonite? No, no. Il tempo.

Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'attimo antico che l'attrazione di un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so.

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